L’effetto Chopin

di Il Mondo o Niente

di Eva Luna Mascolino

Qui in paese gli anziani raccontano una storia bizzarra. Una storia che a sentirla sembrerebbe inventata di sana pianta e che invece pare sia capitata a un signore che viveva a pochi isolati da qui.
Aveva settant’anni e la gente per strada lo notava spesso o per le gambe lunghe o per la fronte alta. Si trattava di una persona di poche pretese: non sbuffava quasi mai e si era rassegnato a una routine pensionistica poco appagante e a una famiglia che, da quando si era trasferita in città, lo andava a trovare sporadicamente. Un uomo nella media, insomma, e che non servirebbe trasformare nemmeno di una virgola: ne esistono già milioni sparsi per i continenti, e nessuno dubita della loro veridicità. Lui stesso non era diverso dai propri simili e si distingueva dalla massa arancione del diagramma a torta dedicato agli insoddisfatti solo perché, negli anni, si era conservato ferocemente un hobby. Un passatempo come un altro, per carità, poche pretese anche qui. Poteva giusto vantare una buona propensione all’ascolto – un regalo d’infanzia modesto, da custodire in mancanza di successive conquiste.
A scanso di equivoci, nel riportare la vicenda gli anziani precisano sempre che il signore applicava il suo dono alla musica classica strumentale, mescolando arie e concerti, valzer e sinfonie, con il solo obiettivo di abbandonarsi alle note musicali. La presenza di un testo – e dunque di un prototesto, di un sottotesto, di un paratesto e così via – lo avrebbe messo in difficoltà, perché oltre ad ascoltare avrebbe dovuto seguire, collegare, capire. Sforzarsi di riuscirci lo avrebbe sfiancato, privandolo del puro piacere della contemplazione fine a sé stessa e ignara perfino di cosa fosse un si bemolle.
Fin qui, niente di anomalo. Un passatempo come un altro, come già detto. La faccenda non si sarebbe mai evoluta e non sarebbe stata tramandata insieme ai pettegolezzi più beceri, se un pomeriggio il signore non avesse chiuso gli occhi mentre il giradischi sputacchiava l’opera 69 numero 1 di Chopin, L’adieu. Avrebbe potuto essere qualunque altra, in realtà. L’uomo si sarebbe appisolato lo stesso.
Da quando aveva preso l’abitudine di stiracchiarsi in poltrona con la borsa dell’acqua calda fra le mani, non gli era mai capitato di abbandonarsi al sonno. L’ora che precedeva la cena e che era consacrata al suo unico vizio quotidiano portava sempre con sé un alone di estasi ai limiti del sacro, nella quale lui sguazzava senza sentirsi né goffo né principesco e che era poi l’antidoto grazie a cui scongiurava ancora ulcere e crisi di nervi.
Addormentarsi, di conseguenza, sarebbe stato un sacrilegio per due motivi. Il primo: avrebbe reso vano il tentativo di scrollarsi di dosso catarticamente le diurne scorie esistenziali. Il secondo: sarebbe stato un segno di ingratitudine nei confronti di quei compositori che, con le loro creazioni, illuminavano e lavavano la sua mente a intervalli regolari. Ne risultava uno stato di veglia perenne e incontrovertibile, che peraltro garantiva all’uomo una certa sicurezza nel momento in cui metteva sul fuoco un pentolino pieno d’acqua e aveva da aspettare una buona mezz’ora affinché iniziasse a bollire – non perché fosse di scarsa qualità il pentolino, bensì perché il gas si concedeva con parsimonia e ritrosia, viste le rade bollette pagate dal proprietario.
Il caso del dormiveglia del signore fu perciò più unico che raro. Un avvenimento da segnare in rosso sul calendario e al quale, chiaramente non per coincidenza, seguirono degli sviluppi impossibili da trascurare. Nella sua visione semionirica, infatti, l’uomo percepì Chopin prendere subito il controllo della situazione e plasmare con il ritmo del suo valzer un personaggio in carne e ossa, con tanto di capelli e di naso prorompente. Man mano che la melodia incalzava, il suo profilo si arricchiva di dettagli e sfumature, finché la figura non prese a comunicare con altri e a compiere azioni di senso apparentemente compiuto dal punto di vista crono-logico, comprando a un certo punto una camelia da una vecchia fioraia.
Bisognava lasciarlo proseguire indisturbato o rivolgergli una domanda qualsiasi? Interrompere l’idillio o goderselo fino in fondo? L’uomo, più confuso che persuaso, accettò che fosse Chopin a scegliere – e Chopin decise di trascinarlo con sé fino al cimitero abbarbicato in cima a una cittadina, da cui si riuscivano a distinguere centinaia di mansarde blu simili alle tessere di un fantasmagorico puzzle urbano.
Il fortunato settantenne avrebbe continuato ancora a lungo ad assistere alla scena, se il giradischi non si fosse fermato. Il valzer, ahimè, non era fatto per durare quanto la spregiudicatezza delle suggestioni a cui aveva dato forma, e lo aveva bruscamente riportato con i piedi per terra e la borsa dell’acqua calda sul grembo.
Folgorato da quell’esperienza paranormale, tuttavia, il signore aveva afferrato il telefono per rintracciare la figlia. Tanto, presto o tardi, avrebbe dovuto sciorinarle uno slavato resoconto della giornata: meglio sbrigarsi e descriverle nel dettaglio la scena, finché riusciva a ricordarla.
La donna, naturalmente, aveva i fili del telefono e della distanza a separarla dal luogo dell’incantesimo, e la sua posizione sociale, unita a un’età meno grigia del padre, la piazzava di diritto in una posizione strategica, dalla quale le sarebbe stato complicato scollarsi.
– Papà – aveva così decretato con dolcezza, nell’ascoltare quel resoconto febbricitante – è stato solo un sogno.
– Un sogno, certo, ma anomalo! Hai mai visto un sogno assecondare uno spartito musicale?
– Ma…
– E finire nell’esatto momento in cui si interrompe la musica?
– Papà, ascoltami.
– Ti ascolto.
– Hai settant’anni suonati, devi fartene una ragione. Può capitare di convincersi di…
– Aspetta, come hai detto?
– Che a volte, sai, bisogna accettare di non riuscire più a…
– No, prima, cosa avevi detto?
– Che hai settant’anni suonati, papà.
– Suonati. È la parola giusta.
– Ma è una frase fatta, significa che…
– So bene cosa significa.
E aveva riattaccato senza troppe cerimonie, come attraversato da una rivoluzione mentale.
Aveva settant’anni suonati, proprio così. Nel senso che si era imbottito a tal punto di musica che adesso le note avevano iniziato a giocare con la sua età, causandogli colpi di sonno inopportuni e trasformandolo pericolosamente in una sorta di scatola creativa. Si erano insinuate in lui dalle orecchie ed erano penetrate fino alla corteccia cerebrale, l’avevano presa in ostaggio e avevano sollecitato la sua immaginazione a spremere una microavventura come mai se ne erano viste fino a quel momento, o come forse se ne vedevano di continuo, nelle vie che pulsavano al di là della cucina.
Una tale presa di coscienza gli costò mezzo pentolino d’acqua evaporato a vuoto e un nuovo squillo insistente del cordless.
– Pronto?
– Papà, sono di nuovo io. È tutto a posto o devo preoccuparmi?
– Preoccuparti di cosa?
– Non lo so, mi sei sembrato strano…
– Sta’ tranquilla, sto bene. Sto preparando da mangiare, ci sentiamo domani?
– Come vuoi, papà. Buon appetito.
– Grazie, cara, ti abbraccio.
Nell’appoggiare il cordless sopra il tavolo, invece, non fu lei che abbracciò, bensì un’intuizione fresca di conio, sottile come la linea di confine fra il mare aperto e la volta celeste.
Infatti, di colpo aveva compreso di essere più grande, più vecchio, più antico di quanto avesse mai vagheggiato. Di essere arrivato nel mondo decenni orsono, secoli orsono, insieme a Bach o a Elgar, battibeccando con Vivaldi o con Mozart, prendendo in giro Musorgskij o ammirando Debussy. Di avere abitato in una costellazione ben delineata di esistenze, pronto a cavarne fuori episodi solo in apparenza scollegati tra di loro, ma nella realtà dei fatti disposti a lasciarsi comporre come le perle monocromatiche di un rosario impeccabile.
Un’energia inedita stava prendendo piede fra i suoi spazi vitali, moltiplicando il perimetro quadrato nel quale avrebbe potuto esprimersi e farsi un’idea delle contraddizioni dell’universo, prima che si facesse troppo tardi. Qualcuno lo avrebbe definito il dono di un dio onnipotente, altri la patologia di un fallito. Avrebbero potuto avere ragione entrambi gli schieramenti, ma il signore non se ne sarebbe mai preoccupato. Si era risolto a confidare nell’unica versione che si sentisse cucita addosso: era stato scelto dal buon Fryderyk in persona per quella missione e l’avrebbe portata a compimento. Non ci si sarebbe potuti aspettare una conclusione diversa da questa, in fin dei conti. L’uomo non aveva motivi per indagare più a fondo o per indugiare, dacché possedeva già il necessario per darsi da fare.
Aprì dunque il primo cassetto della scrivania e ne tirò fuori un quaderno a righe impolverato, con la copertina in cartoncino rosso. In alto, al centro, scrisse lentamente L’effetto Chopin, poi aprì la prima pagina e ripeté l’operazione, annotando questa volta La camelia. Buttò giù un paio di elementi-chiave della visione che aveva avuto e, man mano che le parole sporcavano il foglio, ebbe l’impressione che le rughe sulla sua fronte si stessero sciogliendo in piccoli fiocchi concentrici, che gli arti riacquistassero vigore.
Quando ebbe finito si alzò, raggiunse il grammofono e lo orientò meglio verso la poltrona verde. Riposizionò la puntina del braccio sopra il disco che aveva finito di ascoltare poco prima e abbassò lo stilo con delicatezza. Mosse quattro passi, sollevò la borsa dell’acqua calda e si accomodò stringendosela placido al petto.
Dopodiché, inspirò sonoramente dal naso e richiuse gli occhi.

–––

La catanese Eva Luna Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all’estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015, collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto Vladimir’s Blues con la Aulino Editore nella collana Coup de Foudre, mentre con L’uomo di colore è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove sta svolgendo il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

"L'Effetto Chopin" di Eva Luna Mascolino.

Il mondo o niente, dopo la botta del #covid, sta lavorando a un sito nuovo. <3 Per il momento, quindi, vive solo nei social e per il resto è in silenzio. Non ci piace la parola "opportunità" relativamente al corona: l'hanno usata in troppi e non se ne può più. In effetti, però, il protratto silenzio si è tradotto per noi ne #ilgiornodellamarmotta e ci ha aperto alla bella collaborazione con Teatro Immersivo Firenze (TIF). Abbiamo deciso, quindi, che ogni giovedì, cominciando da oggi e continuando per tutto il mese di maggio, gli attori di TIF leggeranno i racconti che hanno vinto l'ultima call e che, purtroppo, non possiamo pubblicare adesso (anche se lo faremo più avanti nel nostro bellissimo e nuovissimo sito 🙃). Il primo è "L'effetto Chopin" di Eva Luna Mascolino. Lo legge l'attrice Giulia Cavallini, regista de @Teatro Immersivo Firenze.————————————————————————L'Effetto ChopinQui in paese gli anziani raccontano una storia bizzarra. Una storia che a sentirla sembrerebbe inventata di sana pianta e che invece pare sia capitata a un signore che viveva a pochi isolati da qui. Aveva settant’anni e la gente per strada lo notava spesso o per le gambe lunghe o per la fronte alta.Si trattava di una persona di poche pretese: non sbuffava quasi mai e si era rassegnato a una routine pensionistica poco appagante e a una famiglia che lo andava a trovare sporadicamente, dopo essersi trasferita in città. Un uomo nella media, insomma, e che non servirebbe trasformare nemmeno di una virgola: ne esistono già milioni sparsi per i continenti, e nessuno dubita della loro veridicità. Lui stesso non era diverso dai propri simili e si distingueva dalla massa arancione del diagramma a torta dedicato agli insoddisfatti solo perché, negli anni, si era conservato ferocemente un hobby.Un passatempo come un altro, per carità, poche pretese anche qui. Poteva giusto vantare una buona propensione all’ascolto – un regalo d’infanzia modesto, da custodire in mancanza di successive conquiste.A scanso di equivoci, nel riportare la vicenda gli anziani precisano sempre che il signore applicava il suo dono alla musica classica strumentale, mescolando arie e concerti, valzer e sinfonie, con il solo obiettivo di abbandonarsi alle note musicali. La presenza di un testo – e dunque di un prototesto, di un sottotesto, di un paratesto e così via – lo avrebbe messo in difficoltà, perché oltre ad ascoltare avrebbe dovuto seguire, collegare, capire. Sforzarsi di riuscirci lo avrebbe sfiancato, privandolo del puro piacere della contemplazione fine a sé stessa e ignara perfino di cosa fosse un si bemolle.Fin qui, niente di anomalo. Un passatempo come un altro, come già detto. La faccenda non si sarebbe mai evoluta e non sarebbe stata tramandata insieme ai pettegolezzi più beceri, se un pomeriggio il signore non avesse chiuso gli occhi mentre il giradischi sputacchiava l’opera 69 numero 1 di Chopin, L’adieu. Avrebbe potuto essere qualunque altra, in realtà. L’uomo si sarebbe appisolato lo stesso.Non gli era mai capitato, da quando aveva preso l’abitudine di stiracchiarsi in poltrona con la borsa dell’acqua calda fra le mani. L’ora che precedeva la cena e che era consacrata al suo unico vizio quotidiano portava sempre con sé un alone di estasi ai limiti del sacro, nella quale lui sguazzava senza sentirsi né goffo né principesco e che era poi l’antidoto grazie a cui scongiurava ancora ulcere e crisi di nervi.Addormentarsi, di conseguenza, sarebbe stato un sacrilegio per due motivi. Il primo: avrebbe reso vano il tentativo di scrollarsi di dosso catarticamente le diurne scorie esistenziali. Il secondo: sarebbe stato un segno di ingratitudine nei confronti di quei compositori che, con le loro creazioni, illuminavano e lavavano la sua mente a intervalli regolari. Ne risultava uno stato di veglia perenne e incontrovertibile, che peraltro garantiva all’uomo una certa sicurezza nel momento in cui metteva sul fuoco un pentolino pieno d’acqua e aveva da aspettare una buona mezz’ora affinché iniziasse a bollire – non perché fosse di scarsa qualità il pentolino, bensì perché il gas si concedeva con parsimonia e ritrosia, viste le rade bollette pagate dal proprietario.Il caso del dormiveglia del signore fu perciò più unico che raro. Un avvenimento da segnare in rosso sul calendario e al quale, chiaramente non per coincidenza, seguirono degli sviluppi impossibili da trascurare.Nella sua visione semionirica, infatti, l’uomo percepì Chopin prendere subito il controllo della situazione e plasmare con il ritmo del suo valzer un personaggio in carne e ossa, con tanto di capelli e di naso prorompente. Man mano che la melodia incalzava, il suo profilo si arricchiva di dettagli e sfumature, finché la figura non prese a comunicare con altri e a compiere azioni di senso apparentemente compiuto dal punto di vista crono-logico, comprando a un certo punto una camelia da una vecchia fioraia.Bisognava lasciarlo proseguire indisturbato o rivolgergli una domanda qualsiasi? Interrompere l’idillio o goderselo fino in fondo? L’uomo, più confuso che persuaso, accettò che fosse Chopin a scegliere – e Chopin decise di trascinarlo con sé fino al cimitero abbarbicato in cima a una cittadina, da cui si riuscivano a distinguere centinaia di mansarde blu simili alle tessere di un fantasmagorico puzzle urbano.Il fortunato settantenne avrebbe continuato ancora a lungo ad assistere alla scena, se il giradischi non si fosse fermato. Il valzer, ahimè, non era fatto per durare quanto la spregiudicatezza delle suggestioni a cui aveva dato forma, e lo aveva bruscamente riportato con i piedi per terra e la borsa dell’acqua calda sul grembo.Folgorato da quell’esperienza paranormale, tuttavia, il signore aveva afferrato il telefono per rintracciare la figlia. Tanto, presto o tardi, avrebbe dovuto sciorinarle uno slavato resoconto della giornata: meglio sbrigarsi e descriverle nel dettaglio la scena, finché riusciva a ricordarla.La donna, naturalmente, aveva i fili del telefono e della distanza a separarla dal luogo dell’incantesimo, e la sua posizione sociale, unita a un’età meno grigia del padre, la piazzava di diritto in una posizione strategica, dalla quale le sarebbe stato complicato scollarsi.– Papà – aveva così decretato con dolcezza, nell’ascoltare quel resoconto febbricitante – è stato solo un sogno.– Un sogno, certo, ma anomalo! Hai mai visto un sogno assecondare uno spartito musicale?– Ma…– E finire nell’esatto momento in cui si interrompe la musica?– Papà, ascoltami.– Ti ascolto.– Hai settant’anni suonati, devi fartene una ragione. Può capitare di convincersi di…– Aspetta, come hai detto?– Che a volte, sai, bisogna accettare di non riuscire più a…– No, prima, cosa avevi detto?– Che hai settant’anni suonati, papà.– Suonati. È la parola giusta.– Ma è una frase fatta, significa che…– So bene cosa significa.E aveva riattaccato senza troppe cerimonie, come attraversato da una rivoluzione mentale.Aveva settant’anni suonati, proprio così. Nel senso che si era imbottito a tal punto di musica che adesso le note avevano iniziato a giocare con la sua età, causandogli colpi di sonno inopportuni e trasformandolo pericolosamente in una sorta di scatola creativa. Si erano insinuate in lui dalle orecchie ed erano penetrate fino alla corteccia cerebrale, l’avevano presa in ostaggio e avevano sollecitato la sua immaginazione a spremere una microavventura come mai se ne erano viste fino a quel momento, o come forse se ne vedevano di continuo, nelle vie che pulsavano al di là della cucina. Una tale presa di coscienza gli costò mezzo pentolino d’acqua evaporato a vuoto e un nuovo squillo insistente del cordless.– Pronto?– Papà, sono di nuovo io. È tutto a posto o devo preoccuparmi?– Preoccuparti di cosa?– Non lo so, mi sei sembrato strano…– Sta’ tranquilla, sto bene. Sto preparando da mangiare, ci sentiamo domani? – Come vuoi, papà. Buon appetito.– Grazie, cara, ti abbraccio.Nell’appoggiare il cordless sopra il tavolo, invece, non fu lei che abbracciò, bensì un’intuizione fresca di conio, sottile come la linea di confine fra il mare aperto e la volta celeste.Infatti, di colpo aveva compreso di essere più grande, più vecchio, più antico di quanto avesse mai vagheggiato. Di essere arrivato nel mondo decenni orsono, secoli orsono, insieme a Bach o a Elgar, battibeccando con Vivaldi o con Mozart, prendendo in giro Musorgskij o ammirando Debussy. Di avere abitato in una costellazione ben delineata di esistenze, pronto a cavarne fuori episodi solo in apparenza scollegati tra di loro, ma nella realtà dei fatti disposti a lasciarsi comporre come le perle monocromatiche di un rosario impeccabile.Un’energia inedita stava prendendo piede fra i suoi spazi vitali, moltiplicando il perimetro quadrato nel quale avrebbe potuto esprimersi e farsi un’idea delle contraddizioni dell’universo, prima che si facesse troppo tardi. Qualcuno lo avrebbe definito il dono di un dio onnipotente, altri la patologia di un fallito. Avrebbero potuto avere ragione entrambi gli schieramenti, ma il signore non se ne sarebbe mai preoccupato. Si era risolto a confidare nell’unica versione che si sentisse cucita addosso: era stato scelto dal buon Fryderyk in persona per quella missione e l’avrebbe portata a compimento.Non ci si sarebbe potuti aspettare una conclusione diversa da questa, in fin dei conti. L’uomo non aveva motivi per indagare più a fondo o per indugiare, dacché possedeva già il necessario per darsi da fare.Aprì dunque il primo cassetto della scrivania e ne tirò fuori un quaderno a righe impolverato, con la copertina in cartoncino rosso. In alto, al centro, scrisse lentamente L’effetto Chopin, poi aprì la prima pagina e ripeté l’operazione, annotando questa volta La camelia. Buttò giù un paio di elementi-chiave della visione che aveva avuto e, man mano che le parole sporcavano il foglio, ebbe l’impressione che le rughe sulla sua fronte si stessero sciogliendo in piccoli fiocchi concentrici, che gli arti riacquistassero vigore.Quando ebbe finito si alzò, raggiunse il grammofono e lo orientò meglio verso la poltrona verde. Riposizionò la puntina del braccio sopra il disco che aveva finito di ascoltare poco prima e abbassò lo stilo con delicatezza. Mosse quattro passi, sollevò la borsa dell’acqua calda e si accomodò stringendosela placido al petto.Dopodiché, inspirò sonoramente dal naso e richiuse gli occhi.

Pubblicato da Il mondo o niente su Giovedì 23 aprile 2020
Lettura di “L’effetto Chopin” da parte di Giulia Cavallini, attrice e regista di Teatro Immersivo Firenze

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