Lavori forzati

di Il Mondo o Niente

di Silvia Truini

Dalla fessura illuminata sotto la porta chiusa a chiave filtravano voci estranee dai toni intenzionalmente sommessi ma minacciosi che si infiltrarono nel suo sogno e lo riportarono alla realtà, al peso delle coperte, al buio della sua stanza. Sentì sua madre soffocare un singhiozzo e si tirò il piumone sopra la testa come faceva quando era bambino dopo averne combinata qualcuna di grossa. Eppure era stato cauto, pensava, con il panico che saliva a ondate e gli gelava addosso il sudore, aveva studiato ogni minimo dettaglio per non dare nell’occhio. Il giorno stesso in cui era entrato in latitanza aveva bussato alla porta dei genitori, portando con sé null’altro che pochi abiti in una busta biodegradabile da supermercato.
Di essere ricercato, lo sapeva. Era certo che fossero già venuti a chiedere di lui, anche se non li aveva mai visti. Ogni volta che sentiva bussare al portone di casa lui correva a nascondersi nel bagno, trascinando con sé uno dei genitori e lasciando l’altro a ricevere chi veniva in visita. Ogni sconosciuto poteva essere un ispettore, ogni vicino un delatore.  Ora che tremava rannicchiato sotto il piumone, rivedeva il loro sguardo di riprovazione durante quei minuti lunghissimi trascorsi in una intimità scomoda, tra i vapori dell’acqua calda che scorreva per simulare una doccia che nessuno stava facendo. Nel buio della stanza rivedeva il tavolo della cena immerso nella penombra e nel silenzio più assoluto, le occhiatacce di sua madre e le sue labbra di pietra, contratte; il padre che aggrottava le sopracciglia e ricacciava indietro le lacrime schiarendosi la gola. All’inizio lo imploravano di costituirsi per amor d’Iddio, non capisci che ci metti tutti in pericolo, se ti consegni ti daranno un’altra possibilità, perché non vuoi una vita normale come tutti gli altri, cosa diamine di abbiamo insegnato? Lui fissava il vuoto senza rispondere, e, con il tempo, smisero di parlare. Mai, fino a quel momento sotto le coperte, si era sentito in colpa per aver costretto i propri genitori a trascorrere gli anni della vecchiaia vivendo nel terrore. Pensò per un attimo di fare la cosa giusta, così la avrebbe chiamata suo padre: pensò di alzarsi, aprire la porta e consegnarsi alle autorità, affrontare lo spettacolo sconcio della loro casa gettata all’aria dalle Forze Speciali. Avrebbe visto i suoi genitori in un angolo, impietriti in un abbraccio senza il quale sarebbero entrambi crollati, a dirgli con lo sguardo ecco, se solo ci avessi dato retta, te lo abbiamo ripetuto talmente tante volte, se ti fossi costituito mesi fa sarebbe stato tutto così semplice, così semplice… Maledicendosi e mordendosi le mani, si mise a piangere a singhiozzi, con il moccio che gli colava dal naso e belando come una capra. Lo avrebbero scoperto, ma non gli importava più. Si era spinto troppo in là, sacrificando anche quello che non era suo da sacrificare, certo, ma in realtà piangeva perché non voleva arrendersi. Non si sarebbe mai arreso: quelli dalla parte del torto erano loro. Che lo venissero a prendere, i bastardi. Che lo trascinassero via mentre scalpitava e li insultava, sospeso a mezz’aria, ciascun arto stretto nella morsa di un agente. Che sfondassero pure la maledetta porta. E così fecero.
Il suo arresto si svolse in modo molto meno eroico di come lo aveva immaginato. Prima ancora che potesse opporre una qualsiasi resistenza, due mani lo avevano incappucciato, altre quattro lo avevano rigirato a faccia in giù e gli avevano stretto i polsi in una fascetta da elettricista. Poi, un numero di arti che gli parvero infiniti lo agganciarono sotto le ascelle e lo trascinarono via, mandandolo a sbattere contro i muri e il corrimano della scalinata. Un coro di voci sguaiate rideva e berciava, e tutto ciò che riuscì a distinguere, prima che uno scappellotto più violento degli altri gli facesse perdere i sensi, fu una di esse che gli gracchiava nell’orecchio: – A lavorare! Quelli come te dovrebbero andare a lavorare!
Si riprese mentre cercava un qualche equilibrio su uno sgabello sbilenco. Si era preparato al momento dell’interrogatorio un numero infinito di volte, recitandolo nella penombra della sua camera da letto. Aveva immaginato una stanza di commissariato, una lampada che gli puntava una luce accecante dritta negli occhi, i ricatti più meschini e gli insulti che più gli avrebbero fatto ribollire il sangue; si era allenato a un silenzio granitico, eroico; aveva ideato discorsi grandiosi per giustificare le proprie azioni, discorsi che gli sarebbero valsa la libertà. In quel momento, incappucciato e ammanettato, con indosso il pigiama e una sola ciabatta di gomma, appollaiato precariamente sullo sgabellino di metallo, si sentiva tutt’altro che preparato ad affrontare l’ignoto a venire, e men che meno un eroe. Era solo stanco, infreddolito, e, anche se non voleva ammetterlo, aveva paura.
Numero trentamilaseicentoventuno, chiamò una nuova voce. Capì istantaneamente che si riferiva a lui, ma non rispose. In trentamilaseicentoventi lo avevano preceduto su quello sgabello, e il numero gli dava il capogiro. La voce chiamò di nuovo il numero trentamilaseicentoventuno, e aggiunse, sai perché sei qui, vero? Lui deglutì sonoramente, e, con la voce rotta, ma la più solenne che riuscì a produrre, disse: – Sono in arresto per disoccupazione e reticenza al lavoro.
Quando il Partito della Crescita Felice aveva stravinto le elezioni tre anni prima con la promessa di un lavoro per tutti, aveva reso la disoccupazione un crimine punibile con il carcere. L’ispettorato del lavoro era diventato una piovra burocratica che aveva tentacoli nei servizi segreti e nella polizia, i sindacati erano stati soppressi, e la durata massima dei contratti era stata abbassata a sei mesi per favorire il turnover. La maternità era stata ridotta a due settimane per creare posti di lavoro resuscitando il mestiere della balia, l’assenza per malattia concessa e retribuita solo in caso di ricovero, le ferie riconosciute solo come premio di produttività. Il governo aveva guardato condiscendente il popolo in protesta esaurire il repertorio dei girotondi e delle fiaccolate, e aveva tirato dritto per la propria strada. Chiunque evadesse il lavoro o si trovasse disoccupato veniva arrestato, e fine della storia. Su quello che succedeva dopo l’arresto giravano solo voci di corridoio, ma tutte da far gelare il sangue. E lui era disoccupato esattamente da undici mesi, una settimana e quattro giorni.
Undici mesi, una settimana e cinque giorni prima del suo arresto aveva ricevuto una e-mail dal titolo minaccioso e maiuscolo: ULTIMA POSSIBILITÀ. La lesse alle sette meno cinque di sera, prima di chiudere la sua postazione telematica per l’ultima volta, dal momento che il suo contratto da bibliotecario sarebbe scaduto l’indomani e non sarebbe stato rinnovato. La proposta di lavoro era identica a tutte quelle che aveva ricevuto nel corso degli ultimi trenta giorni, una al giorno: un contratto di tre mesi come promotore telefonico a zero ore, fisso da fame più provvigioni. Si passò le mani sulla faccia, premendo forte con le dita. Tutto quello che mi propongono di fare, pensò, è il rompicoglioni a pagamento, passare le mie giornate in un cubicolo a farmi chiudere il telefono in faccia. Si sentiva sconfitto, senza alternative. Se non avesse accettato, l’indomani avrebbe dovuto presentarsi alla stazione di polizia e denunciarsi come disoccupato; per un periodo di dieci giorni avrebbe ricevuto quotidianamente due offerte di lavoro da leggersi in questura, una al mattino e una alla sera, e, allo scadere del decimo giorno, gli sarebbe stato assegnato d’ufficio un posto di lavoro in un qualunque angolo della nazione. La polizia penitenziaria lo avrebbe prelevato a casa e trasferito al nuovo luogo di lavoro, o in carcere se avesse tentato la fuga. Accarezzò seriamente l’idea di cogliere quell’ULTIMA POSSIBILITÀ. Dopotutto, pensava, se esistesse un bingo dei lavori di merda mi mancherebbe solo il call center. Poteva essere peggio degli stage non pagati che aveva collezionato dopo la laurea? Peggio del dottorato durante il quale aveva fatto da galoppino al professore, portandogli il caffè e scrivendo articoli che sarebbero stati pubblicati a nome di terzi? O di quando consegnava sushi in bicicletta a dicembre sotto la pioggia, o di quella volta in cui lo assunsero per fare ripetizioni a un ragazzino svogliato e pretesero che lavasse i piatti del pranzo e preparasse la cena per tutta la famiglia alla fine della lezione? Non che volesse a tutti i costi un lavoro che gli piacesse. In linea di principio, e lui si vantava di essere un uomo di princìpi, sarebbe andato volentieri a svuotare pozzi neri perché non esistono professioni, in sé, più dignitose di altre. Avrebbe almeno voluto contrattare i propri orari e il proprio stipendio, o avere l’impressione di essere stato lui a scegliere il proprio lavoro. Ora, era solo libero di scegliere tra il call center e il carcere ma, a quelle condizioni, non erano forse la stessa cosa? Lo schermo piatto all’ingresso della biblioteca, che trasmetteva muto il notiziario, si illuminò di rosso nella fascia inferiore. Una scritta bianca in sovrimpressione diceva ULTIMO MINUTO – il governo annuncia per domani il raggiungimento della disoccupazione zero. Un pezzo grosso del Partito sbaciucchiava una bimba che sembrava sull’orlo delle lacrime. Folla in tripudio. Bandierine. Strette di mano. Flash di fotografi. Nausea. Una nausea terribile. Al diavolo voi e la vostra disoccupazione zero, aveva urlato alle stanze vuote della biblioteca in chiusura. Aveva lasciato la sua postazione accesa, con l’ULTIMA POSSIBILITÀ che campeggiava sullo schermo, ed era tornato a casa dei suoi genitori.
Il cappuccio si sollevò e tutto gli parve bianco nell’abbaglio di luce improvvisa. Trattenne il fiato. Due mani gli calzarono qualcosa sulle orecchie, e mise a fuoco, a fatica, lo schermo di un terminale e quattro pareti di plastica blu, alte quasi fino al soffitto. Una mano gentile ma autorevole gli sospinse la schiena in avanti.
– È la tua prima chiamata. Buon lavoro.

–––

Nata a Padova, trascinata in giro per il mondo dai casi della vita. Ho iniziato a scrivere per procrastinare i compiti di matematica e ci ho preso gusto, fino a scrivere per procrastinare la stesura della tesi di dottorato. Ora, scrivo per riempire il tempo libero. Vivo in Palestina, dove al momento insegno italiano al mio gatto con scarsi risultati.

[Foto di copertina di Nino Carè da Pixabay]

"Lavori Forzati" di Silvia

Continua il ciclo di letture ad opera degli attori di @Teatro Immersivo Firenze dei racconti che hanno vinto l'ultima call per racconti de Il mondo o niente. L'attore Lorenzo Carcasci legge per noi "Lavori Forzati" di Silvia Truini. L'incubo distopico di questo racconto è quello di tutti noi; è quello che, forse, ci fa temere il giorno che potremo finalmente uscire di casa, e torneremo alle nostre vite. Perché, in fin dei conti, quando eravamo liberi di uscire, quanto liberi eravamo davvero? C'è chi guadagna tanto, chi non guadagna niente; c'è chi vive per lavorare, chi lavora per vivere. C'è chi il lavoro lo ha, ma lo odia; c'è chi il lavoro lo odiava, ma lo perde. C'è chi lo cerca, e non lo trova; c'è chi lo trova, e lo perde. Su una cosa, però, siamo tutti uguali. In questo mondo in cui si è ciò che si fa, cosa siamo, se non facciamo?———————————————————————-Lavori ForzatiDalla fessura illuminata sotto la porta chiusa a chiave filtravano voci estranee dai toni intenzionalmente sommessi ma minacciosi che si infiltrarono nel suo sogno e lo riportarono alla realtà, al peso delle coperte, al buio della sua stanza. Sentì sua madre soffocare un singhiozzo e si tirò il piumone sopra la testa come faceva quando era bambino dopo averne combinata qualcuna di grossa. Eppure era stato cauto, pensava, con il panico che saliva a ondate e gli gelava addosso il sudore, aveva studiato ogni minimo dettaglio per non dare nell’occhio. Il giorno stesso in cui era entrato in latitanza aveva bussato alla porta dei genitori, portando con sé null’altro che pochi abiti in una busta biodegradabile da supermercato.Di essere ricercato, lo sapeva. Era certo che fossero già venuti a chiedere di lui, anche se non li aveva mai visti. Ogni volta che sentiva bussare al portone di casa lui correva a nascondersi nel bagno, trascinando con sé uno dei genitori e lasciando l’altro a ricevere chi veniva in visita. Ogni sconosciuto poteva essere un ispettore, ogni vicino un delatore. Ora che tremava rannicchiato sotto il piumone, rivedeva il loro sguardo di riprovazione durante quei minuti lunghissimi trascorsi in una intimità scomoda, tra i vapori dell’acqua calda che scorreva per simulare una doccia che nessuno stava facendo. Nel buio della stanza rivedeva il tavolo della cena immerso nella penombra e nel silenzio più assoluto, le occhiatacce di sua madre e le sue labbra di pietra, contratte; il padre che aggrottava le sopracciglia e ricacciava indietro le lacrime schiarendosi la gola. All’inizio lo imploravano di costituirsi per amor d’Iddio, non capisci che ci metti tutti in pericolo, se ti consegni ti daranno un’altra possibilità, perché non vuoi una vita normale come tutti gli altri, cosa diamine di abbiamo insegnato? Lui fissava il vuoto senza rispondere, e, con il tempo, smisero di parlare. Mai, fino a quel momento sotto le coperte, si era sentito in colpa per aver costretto i propri genitori a trascorrere gli anni della vecchiaia vivendo nel terrore. Pensò per un attimo di fare la cosa giusta, così la avrebbe chiamata suo padre: pensò di alzarsi, aprire la porta e consegnarsi alle autorità, affrontare lo spettacolo sconcio della loro casa gettata all’aria dalle Forze Speciali. Avrebbe visto i suoi genitori in un angolo, impietriti in un abbraccio senza il quale sarebbero entrambi crollati, a dirgli con lo sguardo ecco, se solo ci avessi dato retta, te lo abbiamo ripetuto talmente tante volte, se ti fossi costituito mesi fa sarebbe stato tutto così semplice, così semplice…Maledicendosi e mordendosi le mani, si mise a piangere a singhiozzi, con il moccio che gli colava dal naso e belando come una capra. Lo avrebbero scoperto, ma non gli importava più. Si era spinto troppo in là, sacrificando anche quello che non era suo da sacrificare, certo, ma in realtà piangeva perché non voleva arrendersi. Non si sarebbe mai arreso: quelli dalla parte del torto erano loro. Che lo venissero a prendere, i bastardi. Che lo trascinassero via mentre scalpitava e li insultava, sospeso a mezz’aria, ciascun arto stretto nella morsa di un agente. Che sfondassero pure la maledetta porta. E così fecero.Il suo arresto si svolse in modo molto meno eroico di come lo aveva immaginato. Prima ancora che potesse opporre una qualsiasi resistenza, due mani lo avevano incappucciato, altre quattro lo avevano rigirato a faccia in giù e gli avevano stretto i polsi in una fascetta da elettricista. Poi, un numero di arti che gli parvero infiniti lo agganciarono sotto le ascelle e lo trascinarono via, mandandolo a sbattere contro i muri e il corrimano della scalinata. Un coro di voci sguaiate rideva e berciava, e tutto ciò che riuscì a distinguere, prima che uno scappellotto più violento degli altri gli facesse perdere i sensi, fu una di esse che gli gracchiava nell’orecchio “A lavorare! Quelli come te dovrebbero andare a lavorare!”.Si riprese mentre cercava un qualche equilibrio su uno sgabello sbilenco. Si era preparato al momento dell’interrogatorio un numero infinito di volte, recitandolo nella penombra della sua camera da letto. Aveva immaginato una stanza di commissariato, una lampada che gli puntava una luce accecante dritta negli occhi, i ricatti più meschini e gli insulti che più gli avrebbero fatto ribollire il sangue; si era allenato a un silenzio granitico, eroico; aveva ideato discorsi grandiosi per giustificare le proprie azioni, discorsi che gli sarebbero valsa la libertà. In quel momento, incappucciato e ammanettato, con indosso il pigiama e una sola ciabatta di gomma, appollaiato precariamente sullo sgabellino di metallo, si sentiva tutt’altro che preparato ad affrontare l’ignoto a venire, e men che meno un eroe. Era solo stanco, infreddolito, e, anche se non voleva ammetterlo, aveva paura.Numero trentamilaseicentoventuno, chiamò una nuova voce. Capì istantaneamente che si riferiva a lui, ma non rispose. In trentamilaseicentoventi lo avevano preceduto su quello sgabello, e il numero gli dava il capogiro. La voce chiamò di nuovo il numero trentamilaseicentoventuno, e aggiunse, sai perché sei qui, vero? Lui deglutì sonoramente, e, con la voce rotta, ma la più solenne che riuscì a produrre, disse “Sono in arresto per disoccupazione e reticenza al lavoro”.Quando il Partito della Crescita Felice aveva stravinto le elezioni tre anni prima con la promessa di un lavoro per tutti, aveva reso la disoccupazione un crimine punibile con il carcere. L’ispettorato del lavoro era diventato una piovra burocratica che aveva tentacoli nei servizi segreti e nella polizia, i sindacati erano stati soppressi, e la durata massima dei contratti era stata abbassata a sei mesi per favorire il turnover. La maternità era stata ridotta a due settimane per creare posti di lavoro resuscitando il mestiere della balia, l’assenza per malattia concessa e retribuita solo in caso di ricovero, le ferie riconosciute solo come premio di produttività. Il governo aveva guardato condiscendente il popolo in protesta esaurire il repertorio dei girotondi e delle fiaccolate, e aveva tirato dritto per la propria strada. Chiunque evadesse il lavoro o si trovasse disoccupato veniva arrestato, e fine della storia. Su quello che succedeva dopo l’arresto giravano solo voci di corridoio, ma tutte da far gelare il sangue. E lui era disoccupato esattamente da undici mesi, una settimana e quattro giorni.Undici mesi, una settimana e cinque giorni prima del suo arresto aveva ricevuto una e-mail dal titolo minaccioso e maiuscolo: ULTIMA POSSIBILITÀ. La lesse alle sette meno cinque di sera, prima di chiudere la sua postazione telematica per l’ultima volta, dal momento che il suo contratto da bibliotecario sarebbe scaduto l’indomani e non sarebbe stato rinnovato. La proposta di lavoro era identica a tutte quelle che aveva ricevuto nel corso degli ultimi trenta giorni, una al giorno: un contratto di tre mesi come promotore telefonico a zero ore, fisso da fame più provvigioni. Si passò le mani sulla faccia, premendo forte con le dita. Tutto quello che mi propongono di fare, pensò, è il rompicoglioni a pagamento, passare le mie giornate in un cubicolo a farmi chiudere il telefono in faccia. Si sentiva sconfitto, senza alternative. Se non avesse accettato, l’indomani avrebbe dovuto presentarsi alla stazione di polizia e denunciarsi come disoccupato; per un periodo di dieci giorni avrebbe ricevuto quotidianamente due offerte di lavoro da leggersi in questura, una al mattino e una alla sera, e, allo scadere del decimo giorno, gli sarebbe stato assegnato d’ufficio un posto di lavoro in un qualunque angolo della nazione. La polizia penitenziaria lo avrebbe prelevato a casa e trasferito al nuovo luogo di lavoro, o in carcere se avesse tentato la fuga. Accarezzò seriamente l’idea di cogliere quell’ULTIMA POSSIBILITÀ. Dopotutto, pensava, se esistesse un bingo dei lavori di merda mi mancherebbe solo il call center. Poteva essere peggio degli stage non pagati che aveva collezionato dopo la laurea? Peggio del dottorato durante il quale aveva fatto da galoppino al professore, portandogli il caffè e scrivendo articoli che sarebbero stati pubblicati a nome di terzi? O di quando consegnava sushi in bicicletta a dicembre sotto la pioggia, o di quella volta in cui lo assunsero per fare ripetizioni a un ragazzino svogliato e pretesero che lavasse i piatti del pranzo e preparasse la cena per tutta la famiglia alla fine della lezione? Non che volesse a tutti i costi un lavoro che gli piacesse. In linea di principio, e lui si vantava di essere un uomo di princìpi, sarebbe andato volentieri a svuotare pozzi neri perché non esistono professioni, in sé, più dignitose di altre. Avrebbe almeno voluto contrattare i propri orari e il proprio stipendio, o avere l’impressione di essere stato lui a scegliere il proprio lavoro. Ora, era solo libero di scegliere tra il call center e il carcere ma, a quelle condizioni, non erano forse la stessa cosa? Lo schermo piatto all’ingresso della biblioteca, che trasmetteva muto il notiziario, si illuminò di rosso nella fascia inferiore. Una scritta bianca in sovrimpressione diceva ULTIMO MINUTO- il governo annuncia per domani il raggiungimento della disoccupazione zero. Un pezzo grosso del Partito sbaciucchiava una bimba che sembrava sull’orlo delle lacrime. Folla in tripudio. Bandierine. Strette di mano. Flash di fotografi. Nausea. Una nausea terribile. Al diavolo voi e la vostra disoccupazione zero, aveva urlato alle stanze vuote della biblioteca in chiusura. Aveva lasciato la sua postazione accesa, con l’ULTIMA POSSIBILITÀ che campeggiava sullo schermo, ed era tornato a casa dei suoi genitori.Il cappuccio si sollevò e tutto gli parve bianco nell’abbaglio di luce improvvisa. Trattenne il fiato. Due mani gli calzarono qualcosa sulle orecchie, e mise a fuoco, a fatica, lo schermo di un terminale e quattro pareti di plastica blu, alte quasi fino al soffitto. Una mano gentile ma autorevole gli sospinse la schiena in avanti. “È la tua prima chiamata. Buon lavoro.”

Pubblicato da Il mondo o niente su Giovedì 30 aprile 2020
Lettura di “Lavori forzati” di Silvia Truini da parte di Lorenzo Carcasci di Teatro Immersivo di Firenze

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