Il cheesecake

di Il Mondo o Niente

di Rachele Salvini

Mia madre mi ha preparato un cheesecake al cioccolato prima di tagliarsi le vene dei polsi.
L’ha lasciato sul tavolo di cucina mentre ero a lavoro. Sapeva che Emily mi aveva appena lasciato, quindi è venuta a dare un’occhiata al mio appartamento venerdì pomeriggio. Mi ha stirato e piegato il bucato, poi ha lavato la pila di piatti che avevo lasciato nel lavello. Quando sono tornato a casa, ho visto che aveva messo un bigliettino verde chiaro accanto alla torta. Sperava che avessi passato una buona giornata.
Non l’ho chiamata per ringraziarla. Ero stanco. Mi avrebbe fatto delle domande.
Il cheesecake se ne stava lì sul tavolo, ma non ci ho fatto molto caso. Non ho visto il sottile strato di nocciola che mia madre aveva steso tra il cacao amaro e la glassatura al cioccolato. Non ho notato che mia madre aveva lisciato la superficie della torta alla perfezione. Diceva sempre che i pasticcieri s’incazzavano da morire quando il cuoco lasciava le impronte dei polpastrelli sul cibo e sui piatti. Mia madre non poteva farne a meno, le lasciava sempre, ma stavolta non le ho viste, le impronte delle sue dita sul piatto di porcellana. Non mi sono neanche accorto che aveva usato il vassoio decorato con i coniglietti, quello che aveva sin da quando ero bambino.
Invece che che far caso a tutte queste cose, ho lanciato metà cheesecake su un piatto di plastica e ho acceso la TV. Ho passato il venerdì sera a guardare un documentario sulla storia di Amanda Knox. Poi sono andato sul balcone e ho fumato un paio di sigarette, canticchiando tra i denti una canzone di Lou Reed, forse “I’m Waiting for the Man”. Sono tornato dentro, mi sono preparato tre bicchieri di Fireball, ho preso una pasticca per dormire e ho guardato il profilo Instagram di Emily fino a quando non mi sono addormentato, verso le cinque di mattina.
Sono riuscito a non lasciarle neanche un like.

*

Il giorno dopo, lo squillo del telefono mi è sembrato così rumoroso che mi sono messo a urlare. Quando ho risposto, però, sono ammutolito.
Mio padre mi ha detto che mia madre si era ammazzata.
Mio padre viveva a Pasadena con una delle sue ex studentesse, eppure aveva saputo di mamma prima di me.
Quando ho riattaccato, sono strisciato fuori dal letto e mi sono diretto in cucina per versarmi un bicchiere d’acqua. La pasticca per dormire mi aveva stordito.
Ho visto l’altra metà di cheesecake sul tavolo.

*

Avevo conosciuto Emily, una bionda di una confraternita, durante il mio ultimo anno. A prima vista era sembrata una tra le tante, e forse lo era. Aveva lo stesso smalto rosa, le stesse felpe troppo larghe della Delta Phi, gli stessi grossi quadernoni dove scriveva i suoi appunti mettendo cuori al posto dei puntini sulle “i”. Beveva tequila all’arancia e vodka al mango e vomitava dalla finestra ridendo. Non so perché ci eravamo innamorati. Non so perché lei, e perché io. Forse ci eravamo conosciuti al momento giusto – l’ultimo anno, la fine del college, quando tutti i nostri coetanei si rendevano conto che saremmo precipitati nel mondo reale in pochi mesi, e il momento di spassarsela era finito. Emily ed io avevamo deciso di trasferirci a Long Island una volta laureati e avevamo trovato un lavoro per la stessa società di media. L’affitto era costoso, quindi l’idea di convivere non ci sembrava così male.
Mi aveva mollato dopo un paio d’anni. Era ricaduta tra le braccia del suo fidanzato del liceo, appena tornato a New York dopo il servizio militare. L’avevo persino visto di fronte al nostro appartamento, quando era venuto ad aiutarla a prendere la sua roba per portarla nel loro appartamento a Brooklyn. L’ho chiamato testa di cazzo e lui ha scosso le spalle, quindi sono tornato dentro e ho aperto una Bud sul divano. Ho acceso la televisione, ma non ricordo niente di cosa stava andando in onda. Tutto il tempo, mentre Emily faceva avanti e indietro dalla nostra camera alla macchina di Testa di Cazzo, sentivo il rumore degli scatoloni pieni di libri e cornici e vestiti dietro di me e tenevo gli occhi incollati allo schermo, immaginando il loro appartamento a Brooklyn, con i muri di mattoncini, i divani di velluto arancione, le piante grasse, le ciotole di legno, le tende pesanti che non lasciavano passare la luce quando si svegliavano insieme al mattino, invece che le nostre serrande merdose che promettevo sempre di cambiare senza farlo mai.
Ho accartocciato la mia Bud piano, senza lanciarla a terra come avrei voluto. Non avrei regalato a Emily un briciolo della mia frustrazione.

*

Mio padre aveva lasciato mia madre per una delle sue studentesse. Una bionda di una confraternita. Si erano trasferiti a Pasadena quando gli era stata offerta una posizione migliore. Avevano un bambino, ora, e andavano in chiesa ogni domenica. Lei adesso aveva la mia età – ventotto anni. Avrebbe potuto essere Emily.
Quando mio padre me l’aveva detto al telefono, avevo scosso le spalle come se lui fosse davanti a me e potesse vedermi. – Buon per te, avevo detto. Era mattina, riuscivo a stento a tenere gli occhi aperti. Una bionda – che non era Emily – si aggirava per la mia stanza con addosso solo mutandine azzurre e una mia felpa. Immaginai che la nuova ragazza di mio padre le somigliasse. – Io e tua madre abbiamo deciso che sia meglio così, continuò mio padre.
– Okay, risposi.
Anni dopo, mia madre viveva ancora a Yonkers e non aveva conosciuto nessun altro. Non avevo idea di come passasse le sue giornate e facevo del mio meglio per non immaginarla nella sua casa, da sola, a spolverare i mobili o roba del genere.
Anni dopo, mia madre viveva ancora a Yonkers e non aveva conosciuto nessun altro. Non avevo idea di come passasse le sue giornate e facevo del mio meglio per non immaginarla nella sua casa, da sola, a spolverare i mobili o roba del genere.
Per venire a casa mia doveva spendere almeno venti dollari di Metro North. Poi doveva saltare sulla metropolitana a Grand Central Station e arrivare fino a Long Island. Le avevo detto di non farlo. L’avrei potuta riaccompagnare a casa in auto, ma non voleva disturbarmi. Veniva a casa, puliva, lasciava qualcosa da mangiare.
Quando andavo da lei a pranzo, la conversazione riguardava me. Esclusivamente me. Non mi raccontava della sua vita. Le dovevo aver chiesto qualcosa, in anni di pranzi da lei, ma non ricordavo cosa. Forse non avevo mai ascoltato la risposta – o forse ero impegnato a schivare le sue domande.
Come va a lavoro.
Come sta Emily.
Posso incontrarla.
Che è successo a quel tuo amico col neo sul labbro.
È un contabile, giusto.
Ho fatto la spesa e comprato questo nuovo tipo di pasta per te.
Ti piacciono le lasagne.
È una ricetta che ho visto a Masterchef.
Rispondevo con calma, aspettando la fine del pranzo. Subito dopo l’ultimo sorso di espresso, mi alzavo e me ne andavo, pronto per continuare a vivere la mia vita.
La immaginavo lavare i piatti, riporli lentamente nella credenza – le tazze, i piatti, i bicchieri, le forchette, i cucchiai e poi i coltelli. La immaginavo asciugare ogni singola posata, attentamente, con uno strofinaccio.

*

Al funerale ho visto Emily. Non si è portata dietro la testa di cazzo. Mi ha baciato sulla guancia e ho pensato che avrei cominciato a piangere immediatamente. Emily era lì, respirava, sorrideva e mi toccava. Non se ne stava immobile in una foto su Instagram. Volevo abbracciarla. Non l’ho fatto, ma lei sì.
Mi ha detto che, se avevo bisogno di parlare, potevamo andare da qualche parte prima dell’inizio del ricevimento. Ci è voluto tutto me stesso per dirle di no. Ho immaginato – per un secondo, ma proprio per un secondo – di ritrovarla nel mio appartamento a ridere di quanto le nostre serrande facessero schifo, con io che ridevo con lei e poi le promettevo che le avrei cambiate. Per un attimo, nel suo vestito nero, due sottili rughe che le apparivano intorno agli occhi quando mi sorrideva, ho rivisto la bionda della confraternita che vomitava dalla finestra ridendo.
E nonostante tutto, le ho detto no. Che non avevo bisogno di parlare. Che non avevo bisogno di niente.
Quindi ho sorriso a
parenti
amici
colleghi
e gente che non avevo idea chi cazzo fosse
.
Nessuno ha chiesto perché mia madre si fosse suicidata. Non avrei saputo rispondere.
Ho salutato mio padre e sua moglie, le ho stretto la mano e lei ha sorriso educatamente. Kelsey, si chiamava, o qualcosa del genere. Non me lo ricordavo neanche. Chelsea, forse. Un nome da bionda di una confraternita.
Quando ho guardato mio padre in faccia, non ho visto nient’altro che me stesso. Ho visto me stesso reagire alla notizia del divorzio scuotendo le spalle. – Okay, avevo detto. L’espressione di mio padre diceva la stessa cosa.
Lui e sua moglie avevano ordinato tutto il necessario per il ricevimento. Gamberi, tortine di granchio, persino aragosta.
Non ho mangiato granché. Prima del funerale avevo divorato l’altra metà del cheesecake al cioccolato amaro, quella lasciata sul tavolo della mia cucina.

–––

Rachele Salvini ha venticinque anni e al momento sta facendo il dottorato in English and Creative Writing presso la Oklahoma State University, dove insegna inglese. Scrive sia in italiano che in inglese, e i suoi racconti e traduzioni sono apparsi o sono stati selezionati e in attesa di pubblicazione su riviste in lingua italiana e in lingua inglese (inutile, Narrandom, Risme, Pastrengo, YAWP, Lunario, L’Elzeviro, Racconti dal Crocevia, Takahe Magazine, West Trade Review, Voices, Erotic Review, etc.). 

[Foto di copertina di John Taggart, New York Times]

Con il nuovo sito ci siamo quasi ma non riusciamo ad aspettare e, nel frattempo, continuiamo la pubblicazione sui social dei racconti vincitori dell'ultima call. Questa volta è il turno de "Il Cheesecake" di Rachele Salvini, giovane scrittrice livornese che vive, studia e lavora nello stato dell'Oklahoma. Di recente ha vinto 8×8, si sente la voce 2020; la cosa non ci ha stupito perché, in effetti, è proprio brava. La lettura è stata fatta dalla bravissima e intensa Serena Di Mauro, attrice di Teatro Immersivo Firenze (TIF). La nostra collaborazione con TIF continua e non potremmo esserne più felici.Il Cheesecake Mia madre mi ha preparato un cheesecake al cioccolato prima di tagliarsi le vene dei polsi. L’ha lasciato sul tavolo di cucina mentre ero a lavoro. Sapeva che Emily mi aveva appena lasciato, quindi è venuta a dare un’occhiata al mio appartamento venerdì pomeriggio. Mi ha stirato e piegato il bucato, poi ha lavato la pila di piatti che avevo lasciato nel lavello. Quando sono tornato a casa, ho visto che aveva messo un bigliettino verde chiaro accanto alla torta. Sperava che avessi passato una buona giornata. Non l’ho chiamata per ringraziarla. Ero stanco. Mi avrebbe fatto delle domande. Il cheesecake se ne stava lì sul tavolo, ma non ci ho fatto molto caso. Non ho visto il sottile strato di nocciola che mia madre aveva steso tra il cacao amaro e la glassatura al cioccolato. Non ho notato che mia madre aveva lisciato la superficie della torta alla perfezione. Diceva sempre che i pasticcieri s’incazzavano da morire quando il cuoco lasciava le impronte dei polpastrelli sul cibo e sui piatti. Mia madre non poteva farne a meno, le lasciava sempre, ma stavolta non le ho viste, le impronte delle sue dita sul piatto di porcellana. Non mi sono neanche accorto che aveva usato il vassoio decorato con i coniglietti, quello che aveva sin da quando ero bambino. Invece che far caso a tutte queste cose, ho lanciato metà cheesecake su un piatto di plastica e ho acceso la TV. Ho passato il venerdì sera a guardare un documentario sulla storia di Amanda Knox. Poi sono andato sul balcone e ho fumato un paio di sigarette, canticchiando tra i denti una canzone di Lou Reed, forse “I’m Waiting for the Man”. Sono tornato dentro, mi sono preparato tre bicchieri di Fireball, ho preso una pasticca per dormire e ho guardato il profilo Instagram di Emily fino a quando non mi sono addormentato, verso le cinque di mattina. Sono riuscito a non lasciarle neanche un like. *Il giorno dopo, lo squillo del telefono mi è sembrato così rumoroso che mi sono messo a urlare. Quando ho risposto, però, sono ammutolito. Mio padre mi ha detto che mia madre si era ammazzata. Mio padre viveva a Pasadena con una delle sue ex studentesse, eppure aveva saputo di mamma prima di me. Quando ho riattaccato, sono strisciato fuori dal letto e mi sono diretto in cucina per versarmi un bicchiere d’acqua. La pasticca per dormire mi aveva stordito. Ho visto l’altra metà di cheesecake sul tavolo. *Mio padre aveva lasciato mia madre quando avevo vent’anni, ero all’università ed ero troppo occupato a sorseggiare tequila dagli ombelichi delle bionde delle confraternite. Avevo conosciuto Emily, una bionda di una confraternita, durante il mio ultimo anno. A prima vista era sembrata una tra le tante, e forse lo era. Aveva lo stesso smalto rosa, le stesse felpe troppo larghe della Delta Phi, gli stessi grossi quadernoni dove scriveva i suoi appunti mettendo cuori al posto dei puntini sulle “i”. Beveva tequila all’arancia e vodka al mango e vomitava dalla finestra ridendo. Non so perché ci eravamo innamorati. Non so perché lei, e perché io. Forse ci eravamo conosciuti al momento giusto – l’ultimo anno, la fine del college, quando tutti i nostri coetanei si rendevano conto che saremmo precipitati nel mondo reale in pochi mesi, e il momento di spassarsela era finito. Emily ed io avevamo deciso di trasferirci a Long Island una volta laureati e avevamo trovato un lavoro per la stessa società di media. L’affitto era costoso, quindi l’idea di convivere non ci sembrava così male. Mi aveva mollato dopo un paio d’anni. Era ricaduta tra le braccia del suo fidanzato del liceo, appena tornato a New York dopo il servizio militare. L’avevo persino visto di fronte al nostro appartamento, quando era venuto ad aiutarla a prendere la sua roba per portarla nel loro appartamento a Brooklyn. L’ho chiamato testa di cazzo e lui ha scosso le spalle, quindi sono tornato dentro e ho aperto una Bud sul divano. Ho acceso la televisione, ma non ricordo niente di cosa stava andando in onda. Tutto il tempo, mentre Emily faceva avanti e indietro dalla nostra camera alla macchina di Testa di Cazzo, sentivo il rumore degli scatoloni pieni di libri e cornici e vestiti dietro di me e tenevo gli occhi incollati allo schermo, immaginando il loro appartamento a Brooklyn, con i muri di mattoncini, i divani di velluto arancione, le piante grasse, le ciotole di legno, le tende pesanti che non lasciavano passare la luce quando si svegliavano insieme al mattino, invece che le nostre serrande merdose che promettevo sempre di cambiare senza farlo mai. Ho accartocciato la mia Bud piano, senza lanciarla a terra come avrei voluto. Non avrei regalato a Emily un briciolo della mia frustrazione. *Mio padre aveva lasciato mia madre per una delle sue studentesse. Una bionda di una confraternita. Si erano trasferiti a Pasadena quando gli era stata offerta una posizione migliore. Avevano un bambino, ora, e andavano in chiesa ogni domenica. Lei adesso aveva la mia età – ventotto anni. Avrebbe potuto essere Emily. Quando mio padre me l’aveva detto al telefono, avevo scosso le spalle come se lui fosse davanti a me e potesse vedermi. “Buon per te”, avevo detto. Era mattina, riuscivo a stento a tenere gli occhi aperti. Una bionda – che non era Emily – si aggirava per la mia stanza con addosso solo mutandine azzurre e una mia felpa. Immaginai che la nuova ragazza di mio padre le somigliasse. “Io e tua madre abbiamo deciso che sia meglio così”, continuò mio padre. “Okay”, risposi.Anni dopo, mia madre viveva ancora a Yonkers e non aveva conosciuto nessun altro. Non avevo idea di come passasse le sue giornate e facevo del mio meglio per non immaginarla nella sua casa, da sola, a spolverare i mobili o roba del genere. Per venire a casa mia doveva spendere almeno venti dollari di Metro North. Poi doveva saltare sulla metropolitana a Grand Central Station e arrivare fino a Long Island. Le avevo detto di non farlo. L’avrei potuta riaccompagnare a casa in auto, ma non voleva disturbarmi. Veniva a casa, puliva, lasciava qualcosa da mangiare. Quando andavo da lei a pranzo, la conversazione riguardava me. Esclusivamente me. Non mi raccontava della sua vita. Le dovevo aver chiesto qualcosa, in anni di pranzi da lei, ma non ricordavo cosa. Forse non avevo mai ascoltato la risposta – o forse ero impegnato a schivare le sue domande. Come va a lavoro. Come sta Emily. Posso incontrarla. Che è successo a quel tuo amico col neo sul labbro. È un contabile, giusto. Ho fatto la spesa e comprato questo nuovo tipo di pasta per te. Ti piacciono le lasagne. E’ una ricetta che ho visto a Masterchef. Rispondevo con calma, aspettando la fine del pranzo. Subito dopo l’ultimo sorso di espresso, mi alzavo e me ne andavo, pronto per continuare a vivere la mia vita. La immaginavo lavare i piatti, riporli lentamente nella credenza – le tazze, i piatti, i bicchieri, le forchette, i cucchiai e poi i coltelli. La immaginavo asciugare ogni singola posata, attentamente, con uno strofinaccio. *Al funerale ho visto Emily. Non si è portata dietro la testa di cazzo. Mi ha baciato sulla guancia e ho pensato che avrei cominciato a piangere immediatamente. Emily era lì, respirava, sorrideva e mi toccava. Non se ne stava immobile in una foto su Instagram. Volevo abbracciarla. Non l’ho fatto, ma lei sì. Mi ha detto che, se avevo bisogno di parlare, potevamo andare da qualche parte prima dell’inizio del ricevimento. Ci è voluto tutto me stesso per dirle di no. Ho immaginato – per un secondo, ma proprio per un secondo – di ritrovarla nel mio appartamento a ridere di quanto le nostre serrande facessero schifo, con io che ridevo con lei e poi le promettevo che le avrei cambiate. Per un attimo, nel suo vestito nero, due sottili rughe che le apparivano intorno agli occhi quando mi sorrideva, ho rivisto la bionda della confraternita che vomitava dalla finestra ridendo. E nonostante tutto, le ho detto no. Che non avevo bisogno di parlare. Che non avevo bisogno di niente. Quindi ho sorriso a parentiamici colleghi e gente che non avevo idea chi cazzo fosse. Nessuno ha chiesto perché mia madre si fosse suicidata. Non avrei saputo rispondere. Ho salutato mio padre e sua moglie, le ho stretto la mano e lei ha sorriso educatamente. Kelsey, si chiamava, o qualcosa del genere. Non me lo ricordavo neanche. Chelsea, forse. Un nome da bionda di una confraternita. Quando ho guardato mio padre in faccia, non ho visto nient’altro che me stesso. Ho visto me stesso reagire alla notizia del divorzio scuotendo le spalle. “Okay,” avevo detto. L’espressione di mio padre diceva la stessa cosa. Lui e sua moglie avevano ordinato tutto il necessario per il ricevimento. Gamberi, tortine di granchio, persino aragosta. Non ho mangiato granché. Prima del funerale avevo divorato l’altra metà del cheesecake al cioccolato amaro, quella lasciata sul tavolo della mia cucina.

Pubblicato da Il mondo o niente su Lunedì 8 giugno 2020
Lettura di “Il Cheesecake” di Rachele Salvini da parte di Serena Di Mauro, attrice di Teatro Immersivo Firenze

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