Di celtici e greci

di Il Mondo o Niente

di C. Freschi

Lo ammiro molto per i suoi piedi curati. È apprezzabile che ci presti tanta attenzione: la signora Verdiana, ad esempio, più giovane di almeno una generazione, si fa trovare sempre con un residuo di smalto rosso vecchio di mesi. Il signor Proteo no, ha sempre i piedi puliti e in ordine, con quella pelle che luccica, tirata com’è sull’ossatura, un po’ come due soprammobili laccati. Ha il secondo dito più lungo, potrebbe sembrare uno splendido piede greco il suo – come quello del David e della Venere – ma in realtà è solo un piede celtico, perché il quarto dito e il mignolo sono tozzi. Sono contento quando ha le ciabatte strette, perché così spuntano solo l’alluce e il secondo dito e l’illusione non viene dissolta. Mica è facile trovare dei piedi così.

In generale, comunque, la gente non si rende conto di come si presenta agli estranei quando apre le porte di casa propria. Pochissimi indossano le scarpe – e non mi fido di chi lo fa, portare le scarpe in casa è un’usanza terribilmente antigienica –, per non parlare di pantaloni decenti, che non siano così corti da sembrare mutande. Di solito non si curano di me finché rimango in bagno o in cucina ad armeggiare con i tubi della caldaia; se ne stanno in salotto davanti alla televisione, e intanto pensano al conto e cercano di esorcizzarlo. La maggior parte delle volte – ma non posso dirlo per non fare un torto al settore – mi basta aprire l’acqua e aspettare che il livello torni sullo standard; se il cliente mi ha dato una buona impressione pulisco un po’ la scatola e le guarnizioni, giusto per fargli un favore, tanto la parcella minima è decisa dalla ditta, uguale per tutti gli interventi. Se i clienti hanno i piedi sporchi o mi sono sembrati strani invece scappo il prima possibile.

Col signor Proteo sto tranquillo, perché si affida alla ditta per cui lavoro da anni. Era qui da molto prima di me, durante il mio apprendistato si era interessato chiedendomi informazioni personali, quasi dovesse farmi un esame: età, istruzione, famiglia. Così siamo entrati in confidenza, in amicizia quasi: quando la mamma è morta mi ha fatto le condoglianze, si è preoccupato di come potessi permettermi il mutuo tutto da solo – non che lui abbia tanto il senso dei soldi, visto che casa sua è una villa a due piani. E poi mi chiedeva che cosa volessi fare in futuro: Roberto, mi diceva, ma te che combini nella vita, eh? Anche se sei brutto, è possibile che non ti vuole proprio nessuno? Sempre un “apprenducolo” devi rimanere? Di solito non mi piace chi fa domande in questo modo, è gente che vuole sembrare superiore, ma il signor Proteo no, lui lo chiedeva con sentimento, lo capivo. A volte gli raccontavo della ragazza del momento – Camilla, così minuta che sembrava una bambina, ma quando litigavamo strillava tanto da darmi le emicranie, o Claudia, con le tette grosse ma il piede romano. Insomma signor Proteo, non è mica facile trovare quella giusta alla mia età. Altre volte dicevo solo cosa ci vuole fare, siamo tutti nelle mani di dio, perché lui è credente e speravo che mi avrebbe lasciato qualche mancia a lavoro finito – cosa che per inciso non ha mai fatto, ma la nostra amicizia mica si basa sul denaro. Da quando gli è preso l’Alzheimer è tornato a chiedermi come sta la mamma, mi dice di salutargliela, come se la conoscesse – io comunque rispondo sempre che lo saluta anche lei, giusto così, perché mi pare cortese.

Certi giorni, come oggi, mi chiama per problemi così insulsi che ho l’impressione voglia solo compagnia, ma non glielo faccio notare, perché la volta che ci ho provato ha iniziato a darmi dello scemo e dell’insolente – in modo scherzoso, si intende. Chissà dove sono i suoi parenti, a sentir lui sembra sempre stiano per suonare il campanello, solo che io non li vedo mai. Di amici, poi, sono sicuro che ne ha a bizzeffe, ma di certo non li invita quando c’è l’uomo della caldaia. A differenza degli altri vecchietti lui mi segue anche in bagno, con le sue ciabatte di plastica, e non per controllarmi, ne sono sicuro, ma per continuare a chiacchierare nel suo modo un po’ burbero. Si appoggia al portasciugamani perché le gambe non lo reggono più bene, e i piedi – che sembrano greci ma sono celtici – sono solo capaci di pattinare con movimenti continui, piccoli piccoli. Vedo subito che non c’è niente che non va nella caldaia, e mi metto a stringere qualche guarnizione, così, per non farmi pagare per nulla. Do un colpo secco e il rumore copre quello alle mie spalle: quando mi giro il signor Proteo è già a terra. Sta lì a boccheggiare, le gambe ripiegate come carta da pacchi, non strilla nemmeno, per non dar fastidio, poverino. E lì per lì non so bene che fare, forse farei meglio a far finta di niente, per permettergli di conservare la dignità – che per lui è sacrosanta – dirgli allora signor Proteo, la mamma mi ha detto di salutarla,e poi proseguire il dialogo da solo.

Così continuo a controllare le tubature. Ma rifletto: se non lo aiuto penseranno tutti che sono una persona sadica, che è l’opposto di quello che volevo. Allora mi avvicino e lo alzo da terra, e sembra non pesi nulla – è davvero dimagrito troppo ultimamente e il suo dottore, dico io, avrebbe pure dovuto fare qualcosa. Va tutto bene, mica è successo nulla, gli dico. Chissà, la prossima volta ci faremo una risata su questa cosa, è solo scivolato, diremo che è stata una scena alla Paperissima, chissà quanto ci avrebbero pagato se l’avessi filmata, eh? No, ma che penso, lui i soldi ce li ha, e poi mica dà importanza a queste cose materiali!

Lo porto alla sua poltrona, e intanto lo rassicuro che la caldaia è ok – magari è preoccupato – e che la sua casa anche se è vecchia è ancora messa davvero bene, proprio da invidiare. Lui mi pianta addosso gli occhi arcigni e prova a parlare, ma gli escono solo rantoli, e insomma, mica posso avvicinarmi troppo per sentire che dice, sembrerebbe una cosa intima, mi prenderebbe per strano. Lo posiziono comodo comodo, vuole un bicchiere d’acqua? gli chiedo. Che domanda strana, mica è mia l’acqua in questa casa. Allora io intanto torno alla caldaia, ok? Non risponde.

Non faccio in tempo ad allontanarmi che mi viene in mente la mamma, che è morta sola. Non è che sia stata proprio una tragedia, perché io ero a lavoro, non potevo farci nulla, però adesso sono qui, e se succedesse lo stesso al signor Proteo poi i figli potrebbero recriminarmi qualcosa. Allora faccio marcia indietro, lo spio un po’. Lui alza lo sguardo, sembra contento che sono tornato. Che stupido che sono, lui è qui, da solo, si sente male. Magari sono i suoi ultimi momenti di vita, e io mi volevo occupare delle tubature? No, mi siedo sul tappeto. Signor Proteo, cosa posso fare? Lo fisso, lui mi guarda di rimando e respira affannosamente. Percepisco chiaramente che io sono l’ultimo essere che vedrà, quello che lo osserverà morire. E mi sento importante, e coraggioso. Devo fare qualcosa, devo provare, anche se non riuscirò certo a salvarlo – mica sono un medico. Mi viene in mente di chiamare un’ambulanza: rispondono subito – non pensavo – ma mi fanno un sacco di domande tecniche e io non so che farmaci prendeva o se ha battuto la testa e voglio solo essere sicuro che non muoia mentre parlo con questi vagabondi. Che ne so io, sono il tecnico, mandate qualcuno!

Torno a guardarlo: sembra burbero come al solito, tutto ok. Cerco di controllargli la testa senza che lui se ne accorga. L’avrà battuta? Non sembra ci sia sangue, però chi lo sa come funziona la pelle dei vecchi. Magari fra poco gli verrà un bernoccolo, magari comparirà dopo che è morto. Le fanno le autopsie sui vecchi? A mamma non l’hanno fatta, ma lei non era ricca come il signor Proteo. E se gliela fanno e spunta il bernoccolo e dicono che io non lo dovevo muovere? Oddio, possono accusarmi di violenza? No, no, ma che penso, io sono il suo ultimo sguardo, dovrà pure contare qualcosa. Anzi, magari mi lascia qualche parte del testamento, magari lo fanno i figli perché sono riconoscenti, in fondo loro non ci sono adesso – quegli stronzi –, ci sono solo io, che ormai sono come un sostituto dei figli stessi. Giusto, forse vuole dirmi questo con i suoi rantoli, vuole dirmi Roberto, chiama i miei figli.

Guardo sul mobiletto del telefono, apro il cassetto – che è una cosa che non dovrebbero fare i tecnici, ma mi si perdonerà perché sono il suo eroe, adesso – e cerco qualche carta col numero di telefono dei figli, perché un uomo come lui sicuramente se li tiene vicini. Mi tocca scavare un bel po’, scovo un libretto degli assegni tutto polveroso e, ancora sotto, una vecchia agendina. Scorro le pagine, sulla controcopertina ci sono scarabocchiati nomi e numeri. Luca, il figlio maggiore, ecco dove si era cacciato!

Faccio il numero. Lei è Luca Proteo? – che poi è il nome proprio, ma vabbè, facciamo che fa da patronimico che adesso il cognome non lo ricordo – Suo padre ha avuto un attacco, stiamo aspettando un’ambulanza. No, sono il tecnico della caldaia, ma, insomma, anche un amico. Allora l’aspetto, però beh, faccia in fretta, sennò magari siamo già andati via quando arriva e non le apre nessuno. Arrivederciehpiaceremio.

Sono stato bravo. Mamma sarebbe fiera di me, io sono fiero di me: peccato non ci fosse un tecnico come me quando è capitato a lei.

Mi sembra che il signor Proteo si sia un po’ spostato di lato – forse, non ricordo precisamente come l’avevo posizionato –, mi rimetto accanto a lui per dargli conforto. Cerca di tendermi le mani, quasi mi volesse abbracciare o cercasse di picchiarmi sulla testa – sicuramente la prima. Gli porto l’acqua, ma lui non la vuole. Fa il difficile. È più problematico di quello che pensavo. Mi siedo sul tappeto, adesso non c’è più molto da fare eh? Dobbiamo solo aspettare. Gli spiego la questione dei piedi celtici e greci, di sicuro gli farà piacere, ma lui non collabora. Ha gli occhi che annegano in una certa sofferenza. Giro la testa perché il dolore è suo, tutto intimo, e io veramente sono un po’ in imbarazzo. Non è mica colpa mia. Questa cosa dell’eroe non mi piace più tanto. Ecco, vorrei già essere al prossimo appuntamento, chissà il capo quanto sarà incazzato quando torno. Non voglio più essere qui. I suoi rantoli mi si insinuano nella testa. Non sono suo amico, sono solo il suo ultimo sguardo. Non voglio più essere qui.

Quanto tempo passa? Sto seduto con la schiena dritta, ho smesso da un pezzo di provare a parlare. Cerco di ricordare vecchie canzoni e filastrocche. Forse se le urlo nella mia mente – cantarle adesso sarebbe sconveniente – posso sovrastare questo gracchiare acuto della sua gola morente, forse posso dimenticarlo mentre ansima i suoi ultimi attimi, che sono gli ultimi da troppo tempo. Mi sembra quasi di essere annoiato, ma ovviamente non è così, sarebbe assurdo.

Suona il campanello, grazie al cielo. Apro ed entra una versione giovane e sana di Proteo, con la stessa espressione arcigna e tirata, deve essere Luca. Mi ricompongo, mi mostro al meglio perché adesso mi dirà che sono l’eroe. Se non ora – magari è sconvolto, lo capisco, poverino – dopo, quando avranno portato via il cadavere.

«L’hai ammazzato tu?»

Faccio di no con la testa, perché comunque il signor Proteo ha i soldi e se la sua famiglia mi fa causa mi rovinano e io ho ancora il mutuo sulla casa di mamma.

«Guarda che se l’hai ammazzato tu ti ringrazio e basta, sai?»

Mica lo capisco. Penso solo che a questo punto forse posso andare via: c’è il figlio e il sostituto non serve più. Però ecco, adesso stanno parlando tra di loro – Luca parla, Proteo rantola – e non mi sembra il caso di interromperli per un saluto; ma nemmeno posso andarmene così, come fossi un criminale, chissà che penserebbero.

«Allora, vecchio taccagno», fa Luca, «siamo alla fine, eh? Mi dispiace solo che abbiano chiamato l’ambulanza.»

Mi dirigo in cucina, verso un altro bicchiere d’acqua, perché non mi è rimasto molto da fare.

«Sai dove ti seppellirò? Ti metterò lontano dalla mamma e dal resto della famiglia, tanto non te ne è mai fregato niente. Così potrai farti i cazzi tuoi anche da fantasma.»

Credo di non aver capito. Ho ancora il bicchiere d’acqua in mano, così lo bevo io e abbasso lo sguardo. Vedo che Luca sta camminando sul tappeto con le scarpe, che è una cosa che non si dovrebbe fare. I mocassini estivi gli tirano sulla punta: credo che anche lui abbia il piede celtico come il padre, o forse addirittura greco, perché nelle generazioni gli esseri umani si migliorano. Sono contento che il signor Proteo abbia un figlio così.


Illusrtrazione a cura di Domitilla Marzuoli

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