Fratelli. Viaggio al termine dell’Africa

di Giulia Sabella

Fratelli. Viaggio al termine dell’Africa,  Jacopo Storni, Castelvecchi, 2021

Sono passati quattordici anni da quando Jacopo Storni andò in Etiopia con la volontà di raccontare i massacri nella regione dell’Ogaden. Lì il giornalista venne catturato dall’esercito locale insieme a Mohamed, il suo interprete. I due trascorsero due settimane terribili di prigionia, fino a quando Storni non venne liberato. Al giovane giornalista fiorentino venne detto che anche Mohamed era stato rilasciato ma la verità gli viene rivelata solo dieci anni dopo, quando scopre che il ragazzo era stato invece torturato per giorni e poi si era rifugiato in Somalia come esule. Inizia allora per Jacopo un nuovo viaggio, che ha come scopo quello di portare Mohamed in Italia.
“Molti mi chiedono se questo è un libro sull’Africa ma in realtà è un’autobiografia” spiega raccontando del suo libro Fratelli. Viaggio al termine dell’Africa, edito da Castelvecchi e pubblicato nel 2021.

Questo libro racconta non solo la tua vicenda personale ma è anche la testimonianza di una tua crescita personale.

Jacopo Storni – Ho iniziato questo libro tre anni fa, quando ho scoperto la verità su quello che era accaduto a Mohamed. L’ho scritto attanagliato dai sensi di colpa, per esorcizzare il dolore. Oltre a un viaggio geografico, quello che descrivo è soprattutto un viaggio interiore alla ricerca di me stesso; un viaggio che avviene attraverso il confronto con un’altra cultura. Nelle due settimane di prigionia mi trovai a parlare e a confrontarmi con i valori di Mohamed, che era un mio coetaneo di 27, 28 anni. A lui raccontavo che volevo diventare un reporter affermato, volevo scrivere un libro, mentre lui mi diceva che il suo sogno era quello di avere una famiglia e quattro figli, e lì mi resi conto che probabilmente nella vita c’era anche altro. E poi io avevo questa inquietudine che mi aveva portato dall’altro capo del mondo perché volevo raccontare gli ultimi, i dimenticati, e però c’era anche la smania del voler trovare la notizia a tutti i costi, mentre Mohamed era sempre serafico e pacifico. Avevo questa idea di salvarli ma poi, durante la prigionia, è stato lui a salvare me. Attraverso questo libro metto quindi anche in discussione i nostri valori occidentali e le nostre certezze che ci portiamo dietro quando andiamo in giro per il mondo.

Con l’inizio della prigionia smetti di essere un osservatore ed entri anche tu nel cuore della storia che racconti.

JS – Quando sono entrato in carcere ho visto i detenuti legati con le catene alle caviglie, ammassati in uno spicchio d’ombra, e lì mi sono sentito male. Un po’ era vero e un po’ fingevo, ma mi buttai a terra e venni portato in ospedale, dove c’erano donne con bambini malnutriti. E mentre ero lì che vedevo tutte queste cose che avevo sempre voluto raccontare, realizzai che di quelle persone non me ne importava. Io pensavo – e lo dico senza paura – in modo molto egoistico a salvare me stesso, nonostante lì ci fossero delle persone che stavano peggio di me e che, nonostante questo, si preoccupavano per me: mi portavano da mangiare, dell’acqua, mi consolavano quando piangevo. Questo è successo anche con Mohamed. Quando ci portarono in ospedale ci misero in una piccola stanza con un solo lettino ambulatoriale e lui lo lasciò a me. Io non gli chiesi neanche di fare a turno perché io stavo male, sentivo di stare più male di lui, e forse perché non ero abituato a quella sofferenza che magari lui era in grado di gestire meglio di me.

Poi tu vieni liberato e, dieci anni dopo, in Italia, scopri che la storia di Mohamed non è andata come te l’avevano raccontata.

JS – Questo libro nasce dal senso di colpa e dalla sofferenza. I momenti più dolorosi sono due: il primo riguarda la prigionia, mentre il secondo avviene quando scopro che Mohamed non era stato liberato ma torturato per due, tre giorni e poi si era rifugiato in Somalia. Lì penso che proprio io, che ho dedicato la mia vita professionale (e non solo) a raccontare e ad aiutare i migranti, ho contribuito a crearne uno. In quel momento ho un crollo psicologico, entro in depressione, ho degli attacchi di panico. Mi sento responsabile della sua sorte anche se le persone intorno a me mi spiegavano che Mohamed aveva scelto autonomamente di accompagnarmi, che era consapevole dei rischi e che era stato pagato per fare quel lavoro. Era tutto verissimo ma io non riuscivo a togliermi dalla testa l’idea che se non avesse incontrato me la sua vita non sarebbe cambiata così tanto. La scrittura di questo libro è stata quindi un esercizio di catarsi. Inoltre, una volta rintracciato Mohamed, iniziai a organizzarmi per farlo venire in Italia ma la cosa era molto complicata e quindi fui io ad andare da lui. Lì ci rendemmo conto che Mohamed voleva restare nella sua terra, e allora io gli detti un microcredito per avviare un’attività commerciale nell’allevamento del bestiame. Poi purtroppo, dopo che ho scritto il libro, l’attività è andata in malora per colpa del Covid, ma io continuo a sentirmi in dovere di aiutarlo, anche economicamente, e adesso lui ha un negozio informatico a Mogadiscio.

Adesso che hai scritto il libro e Mohamed ha una sua attività, che cosa pensi di quanto è accaduto?

JS – La questione non si è risolta ma l’ho metabolizzata anche grazie agli aiuti pratici ed economici che gli ho dato per aiutarlo a rifarsi una vita. Io e lui ci sentiamo costantemente. È vero anche che quel giorno di tanti anni fa lui scelse di venire con me e che forse poteva mettermi al corrente dei pericoli. Io ero giovane, avevo letto i libri di Terzani e Kapuściński, volevo fare il giornalista ma ero ancora una sorta di viaggiatore, sognatore, reporter in erba che non capiva i reali rischi. La storia però non si fa con i se: quel giorno lui mi ha accompagnato ed è andata così.
Con questo libro mi sono voluto raccontare relazionandomi con un’altra cultura: questo mi ha aiutato a crescere e spero che possa aiutare anche il lettore a fare un suo percorso. Quando ci approcciamo a queste culture ci poniamo sempre con un atteggiamento di superiorità, che però è solo industriale ed economica. Da un punto di vista spirituale siamo molto regrediti, e quindi persone come Mohamed hanno molto da insegnarci.


[Immagine di copertina di Steve Johnson (link)]

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