Amore post apocalittico

di Salvatore Cherchi

Un anno fa girava un video che mostrava le tangenziali e i raccordi autostradali attorno a Milano, svuotati del loro traffico quotidiano. Una distesa di asfalto si attorcigliava attorno a monoliti di acciaio, calcestruzzo e vetro, anch’essi deserti. Opere impossibilitate a svolgere la funzione per cui erano state concepite stavano lì, mute e inermi, come monumenti di un’epoca che non sembrava più nostra.

Quella visione mi portò alla mente la locandina della prima stagione di The Walking Dead, dove uno sceriffo un cavallo attraversa un’autostrada deserta, diretto verso una città morta.

Questo tipo di visioni provocano un senso di alterità e fascinazione, perché manca qualcosa dove di solito qualcosa c’è. Da lì le domande: cos’è che manca? E soprattutto, perché?

Quando non sappiamo rispondere sviluppiamo ipotesi e congetture, tipo quelle fatte attorno ai resti di civiltà ed ere remote, antichissime: Stonehenge, l’Isola di Pasqua, i dinosauri. Davanti a noi si apre l’infinita possibilità, in grado di scatenare attrazione e repulsione, come Lovecraft insegna.

Sarà per questo che il genere post-apocalittico è un classico che non tramonta mai. Ogni nuova variante sul tema ci attrae come se cercassimo risposte a domande che ci facciamo in merito al nostro futuro. Cosa sarà, dopo l’uomo, e cosa porterà a quel dopo?

Oggi che il post-apocalittico l’abbiamo sfiorato nella vita reale, il genere sembra aver preso nuovo slancio e linfa, con film come The Midnight Sky, Greenland, A Quiet Place II, Alone, giusto per citare i più recenti e di larga distribuzione usciti in sala.


Padri ingombranti

Qui da noi è appena uscito La terra dei figli (2021), di Claudio Cupellini, regista noto per le pellicole Una vita tranquilla (2010), con Toni Servillo, e Alaska (2015), con Elio Germano.

La storia è liberamente tratta dall’omonimo fumetto di Gipi, che non ho letto, quindi non saprei quanto le due opere si parlino e quanto divergano, ma poco importa.

Il film di Cupellini sembra rifarsi a un caposaldo del genere come The Road (2009), di John Hillcoat. È molto cupo. I toni grigio piombo donano un senso di decadenza tossica, e l’incedere lento e silenzioso della vicenda (nella prima parte), acutizza il senso di sconfitta e rassegnazione che soffoca il mondo abitato dai protagonisti: un Padre anziano e malato e un Figlio giovane e nel pieno delle forze, che non comprende i modi di fare degli adulti, radicati in una società che lui non ha mai conosciuto.

La storia si muove dunque sul detto e non detto. Non svela mai i motivi che hanno portato al “post”. Si accenna a dei veleni, ma cosa siano, questi veleni, e cosa abbiano fatto, si può giusto intuire. Ad esempio quando il Figlio va a pesca con le granate; o quando la Strega gli dice: «Non ti fidar di nessuno là fuori», dopo che decide di lasciare la laguna per cercare qualcuno che sappia leggere il diario del Padre ormai defunto.

Le ambientazioni acquatiche e paludose della prima parte, catturate in giornate dal meteo scorbutico e minaccioso, sono in grado di rappresentare un tangibile senso d’apocalisse. Ma quando il Figlio lascia quel micro-cosmo per esplorare ciò che sta al di là della laguna, il film cambia tono e ritmo. Il movimento, l’azione, la necessità di progredire verso l’obiettivo prendono il sopravvento sullo sguardo verso le condizioni di vita dell’uomo in un mondo morto.

Le ambientazioni di questa seconda parte, a tratti bucoliche e a tratti industriali, perdono di intensità, e ad esse si accompagna una certa scontentezza di temi e messa in scena. Dalla figura di Maria, altra “figlia” del film, alla setta di tagliagole di vaga ispirazione cyberpunk che cattura i due ragazzi; per arrivare al pentimento di uno dei “padri” che non si dà pace per le colpe che la sua generazione ha nei confronti dei figli.

L’opera di Cupellini è comunque meritevole di visione. Dispiace che sia uscita in un periodo difficile per il cinema, col rischio di passare in secondo piano nella cacofonia di proposte lanciate in sala per recuperare il tempo delle chiusure.

Tuttavia, ho avuto l’impressione che sia un film che si prende troppo sul serio. Che decida per scelta di portare avanti una visione, se vogliamo, retorica, che pur di essere esplicitata sacrifica le ambizioni visionarie di partenza. La lettura del diario, elemento che muove la storia, lascia l’amaro in bocca: veramente, ci chiediamo, abbiamo fatto tutto questo viaggio per sentirci dire, ancora una volta, parole di commiserazione?


Figli incoscienti

Sul versante diametralmente opposto al film di Cupellini si muove Love and Monster (2020), pellicola americana con protagonista Dylan O’Brien – attore già visto nella dimenticabile trilogia di Maze Runner –, e distribuita da Netflix.

Si tratta di un film che punta tutto sull’intrattenimento, senza raccontare niente di nuovo. È il solito viaggio dell’eroe sfigato-pauroso-e-debole che per amore, e grazie a una serie di colpi di fortuna non indifferenti e di compagni di viaggio incontrati al momento giusto nel posto giusto, è capace di un’impressa impossibile.

A funzionare però non è tanto il contenuto, quanto la forma. Love and Monster è un cocktail di storie, personaggi, azioni e visioni pescati a piene mani da un’ampia gamma di blockbuster hollywoodiani, videogiochi e fumetti.

Joel, il protagonista, è un palese calco di Columbus, l’eroe improvvisato di Benvenuti a Zombieland: i due hanno la stessa autoironia e lo stesso temperamento nel voler intraprendere una chiamata all’avventura suicida.

Quando Joel decide di lasciare il bunker per raggiungere Aimee, la compagna che (sopra)vive in un avamposto umano sulla costa opposta, decidendo di affrontare con tutta la sua inesperienza un mondo violento e inospitale, chiunque abbia giocato gli ultimi capitoli di Fallout non può non essersi fatto prendere da un senso di déjà-vu.

Il mondo post-apocalittico che scopre Joel però non è grigio e tossico, ma saturo di colori e ricoperto da una vegetazione rigogliosa, tanto da ricordare la Isla Nubalr o la Isla Sorna viste nella saga di Jurassic Park. E come i due parchi tematici, è altrettanto pericoloso. Solo che qui le bestie feroci sono insetti ciclopici che sembrano venuti fuori da Starship Troopers, ma non vengono dallo spazio, bensì dalla terra. Come? Prendete Armageddon di Michael Bay, mischiate con Monster di Gareth Edwards, e avrete ottenute il mondo “post” di Love and Monster.


Né Padri né Figli

Qualcuno potrebbe dire che questo viaggio alla The Walking dead, con tanto di mentori – un cacciatore e una bambina – venuti fuori da The last of Us, e un “boss finale” che ricorda il Kraken di Pirati dei Caraibi, sia un po’ la solita ruffianata fatta quando si ha carenza di idee e allora si saccheggia a piene mani di qua e di là e si spaccia il tutto per citazionismo pop. E questo qualcuno ha ragione.

Del resto, i produttori di Love and Monster sono gli stessi di Stranger Things, i quali ormai battono cassa sulla nostalgia che affligge una generazione di Figli incapace di dar visione del proprio futuro, annunciatogli a ogni piè sospinto come una tragedia cupa e senza speranza, stile La terra dei figli appunto, e come La terra dei figli appunto, ancora abitata dalla minaccia dei Padri. I quali, mentre si commiserano per essere stati ingordi e avidi e aver lasciato solo i cocci a chi è venuto dopo di loro, continuano a star lì, asserragliati in una fabbrica dismessa come una setta di tagliagole cyberpunk che ingabbia chiunque gli passi a tiro. Invece di lasciare i figli liberi di affrontare, a loro modo, i pericoli che questo mondo nasconde, con quella dose di incoscienza che solo loro possono avere.

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