La geometria della neve

di Enrica Fei

Una linea. La traccia con l’anulare. Le venature storte dell’abete grezzo non lo disturbano. È orizzontale, diritta. Si ferma al lato destro del tavolo. Gli occhi neri e sottili di Paolo Friodaz si stringono; non può proseguire. Sarebbe una retta perfetta, se fosse infinita.
«Come il punto ­– continua a spiegare – la retta è priva di dimensioni». Il figlio Tobia, 9 anni, siede alla sua sinistra. Sono nella baita, casa piccola, come la chiama Veronica, la moglie; la baita, per Paolo Friodaz, come la chiamava suo padre. Suo padre, lui, e Luca, il fratello. L’hanno costruita insieme, vent’anni prima, coi tronchi larghi e nodosi dell’abete rosso. Nella valle alle pendici del Monte Bianco, ora è una piccola macchia scura che affonda nella neve, come un’impronta di lupo.
Il rifugio dove vivono, invece, è a cinque chilometri. Veronica, nel rifugio, accoglie i turisti. Paolo Friodaz ha smesso da tempo; non era bravo, non lo è mai stato. Nella baita, si occupa dell’istruzione del figlio, non ci sono scuole nelle vicinanze. «Non facciamolo crescere solo, Paolo, aiutiamolo», lo aveva pregato Veronica cercando di convincerlo a lasciare il bambino ad Aosta, con la famiglia di lei. «È ancora presto, Veronica, lascialo a me. Farà le sue scelte a suo tempo, quando le saprà fare», aveva deciso lui.
Ogni mattina, Paolo Friodaz sveglia Tobia all’alba. Mentre il figlio si veste, lui prepara la colazione. Versa lo yogurt nella tazza grigia, lo mescola col cucchiaino. Ascolta. Al secondo stridio ferroso, aggiunge la frutta secca in un piattino, il succo di mirtillo in un bicchiere. Si ferma. Con due dita, massaggia il punto preciso sul petto che duole da tempo, sotto il cuore. Lo sente tra i polmoni come una stella alpina irta di spine, i petali bianchi e irsuti che si allungano e affondano dentro al costato, come radici.
Tobia lo aspetta nella cella sul retro, lontano dai turisti. Fanno colazione in silenzio.


«La retta è una sequenza senza inizio né fine di punti. Il punto ha dimensioni infinitesimali, piccole come lo zero». Paolo Friodaz scandisce le sillabe lentamente, controllando la dizione; da adulto non ha mai parlato dialetto, è la lingua di quando era bambino e per lui è morta da tempo. Tobia lo ascolta guardandolo fisso. Ha paura. Non vuole deludere il padre, che non ammette incertezze, ma non sta capendo niente. Annuisce e strizza le labbra. Fa così quando finge di concentrarsi, pensa Paolo Friodaz, non mi sta seguendo. Secondo il programma scolastico delle scuole primarie, la conoscenza della geometria euclidea non passa per concetti astratti. Paolo Friodaz è di un altro avviso, come lo era suo padre. La conoscenza, per Paolo Friodaz, è quella delle grandi altitudini: il seme resinoso sa da sempre cosa è un abete bianco.
Dentro la tuta di pile, Tobia si stringe tutto cercando di non farsi vedere. Strizza i muscoli e conta fino a 10, mi stringo nel cappotto, pensa, il cappotto e il pile è la stessa cosa, il freddo ora va via. Nell’ora di cammino per arrivare alla baita, quella mattina, è caduto nella neve. Minuscoli cristalli si sono annidati sotto la tuta e ora corrono veloci in lunghe gocce sottili, incendiandogli la pelle.
Durante il tragitto tirava vento, il cielo bianco schiacciava la neve, la temperatura era quasi allo zero. Il padre era molto più avanti. Le falcate stanche di Tobia arrivavano sorde e ovattate. All’improvviso niente, si erano fermate. Paolo Friodaz si era voltato. Dalla fessura del passamontagna aveva visto la sagoma lontana del bambino, un filo nero e sottile che barcollava sulla neve. Era venuto giù, come una fune verticale che si spezza e cade. Lo aveva guardato tossire, provare a rialzarsi sui polsi piccoli dentro i guantoni. La stella alpina piena di spine si era mossa dentro al costato. «Avanti», aveva detto a voce bassa, Tobia troppo lontano per poterlo sentire. Procedendo spedito, non lo aveva guardato più.


«La retta ha lunghezza infinita», prosegue Paolo Friodaz.
«Infinita», sussurra Tobia.
«Lunghezza infinita e spessore nullo»
«Spessore…»
«Spessore nullo, sì»
«Nullo.»
«Nullo, esatto. Nel senso che non ha larghezza».
Tobia spinge un dito sul tavolo e traccia una linea orizzontale. Lo fa con forza, l’indice gracchia e lui lo stacca, spaventato. Se lo punta contro, fissandolo.
«Devi immaginarla», continua Paolo Friodaz, «la rappresentazione della retta è impossibile».
Tobia guarda il padre e poi attorno, cerca qualcosa che sia una retta o qualsiasi cosa che abbia senso. Le parole che usa il padre, per Tobia, sono incomprensibili. «La rappresentazione della retta è quella che vedi qui», Paolo Friodaz indica il libro di testo, «ma non è reale, è solo l’unica possibile».
Una linea sbilenca si allunga sul foglio in due trattini a destra e sinistra.
«È difficile, lo so. Accetta l’idea, non cercarla in quello che vedi».
Tobia alza lo sguardo sul padre e allarga gli occhi azzurri in una raggiera di pagliuzze gialle. La stella alpina si apre e una fessura si riempie di spine, sotto il cuore. Paolo Friodaz si ferma su una macchia gialla più grande, nell’occhio destro, come una goccia. Sono uguali agli occhi di Luca, il fratello, non ai suoi. Paolo Friodaz ha gli occhi scuri, scurissimi. Ha saltato un punto, la retta di Paolo Friodaz, e i suoi occhi neri sono arrivati a quelli del figlio tornando a quelli del fratello, a quando erano bambini.


«E il punto com’è, esattamente»
«Anche quello non lo puoi vedere».
La temperatura nella baita è scesa e Paolo Friodaz alza il capo verso l’alto e poi a destra, a sinistra, di nuovo a destra, e poi in basso, nell’angolo, sulle travi che scendono spioventi. Il punto di fuga deve trovarsi lì, nascosto, il freddo, tra le muffe dei tronchi e la neve che entra, la polvere.
Paolo Friodaz è certo che sia quello l’angolo dove lui e Luca bambini, durante i lavori alla baita, si fermavano a guardare il cantiere quando erano stanchi. Il padre urlava loro di muoversi e trattava i muratori a male parole, chiamandoli “uccellacci”. Paolo, in silenzio, annuiva al padre ripetutamente, ostentando sicurezza. Luca, che aveva sei anni ed era alto come un biancospino da giardino appena piantato, che per il padre non era nemmeno un albero, afferrava la mano del fratello, stringendola forte. «Pa’, gli uccellacci», gli sussurrava. Immaginava i rapaci che falcavano il cielo bianco e scendevano a valle per la caccia, gli artigli gialli che arpionavano le volpi, le volpi nel sangue e i rapaci sopra.


«Costa stai facendo?»
Paolo Friodaz si è distratto due, cinque, forse dieci minuti. Gli succede sempre più spesso. La stella alpina comincia a dolere e lui si assenta. È sempre più forte, negli ultimi tempi: Paolo Friodaz ne può addirittura contare i petali, uno ad uno, che si muovono come vermicelli che affondano nella terra dei tessuti molli. Si è fermato a guardare la fessura contro cui si asserragliava il vento, e Tobia si è lasciato andare a minuscoli disegni intorno ai punti del libro di testo. Anche Luca si distraeva così: nei pochi momenti in cui il padre si allontanava dalla baita durante i lavori, lui usciva dal cantiere e, con le mani nella terra, creava impronte di animali inesistenti, dalle forme più bizzarre. Ora, con una linea sottilissima di matita, Tobia ha aggiunto al primo punto sul libro un braccio filiforme con tre dita, teso verso il secondo, a cui ha messo due peli in testa. Al terzo ha aggiunto un becco minuto – un triangolo rovesciato di grandezze microscopiche – e del quarto ha fatto un sole di appena cinque raggi, della larghezza di qualche millimetro.
«Nulla», risponde Tobia stringendo le mani sotto il tavolo e nascondendo la matita tra le cosce. «Ora disegno un punto. Lo giuro».


«Il punto, come la retta, non lo puoi disegnare, Tobia».
La stella alpina si è allargata come una piovra vegetale, i petali gonfi in una testa fibrosa, le radici sullo stomaco come tentacoli. Ogni tanto si stringe per nutrirsi. La sente succhiare.
«Come faccio, se non si disegnano.»
Il bambino risponde a voce bassa; il tono viene dalla paura ma è sempre più deciso.
«Devi capire cosa sono»
«Cosa sono, allora.»


«La retta è una sequenza infinita di punti», continua Paolo Friodaz.


Da quando Paolo e Luca avevano trovato la madre piangere per un cugino che era morto in un incidente d’auto a Milano, Paolo sfidava la paura immaginando storie agghiaccianti su una Milano che non aveva mai visto. Luca lo ascoltava scorticando i pini. Infilzando le dita nel tronco, cercava di concentrarsi sul dolore dei piccoli tagli che si provocava così da non sentire i racconti del fratello, i dettagli che Paolo inventava sull’agonia straziante del cugino morto.  


«E il punto non ha dimensioni», continua Paolo Friodaz.


Quando Paolo lo terrorizzava con le storie del cugino e lui scorticava i tronchi di pino, Luca poi raccoglieva le croste dell’albero e le portava a casa, al rifugio. Le nascondeva in un posto segreto che Paolo non aveva mai trovato e la sera, prima di andare a dormire, si sedeva vicino al fuoco per avere un po’ di luce, e assemblava le croste in figurine di legno che costruiva con la colla, appiccicandosi tutte le dita.


«Il punto non è che una direzione nello spazio», continua Paolo Friodaz.


Poi Luca entrava nella camera da letto al buio, quando Paolo era già a disteso, e si infilava nel letto ad una piazza dove dormivano entrambi. Era abituato ad addormentarsi abbracciando il fratello. Cercando di non svegliare Paolo, che il più delle volte già dormiva, allungava le braccia minute sul suo torso, posava la testa sulla sua clavicola, si arrampicava su di lui come un tralcio di vite. Le piante rampicanti hanno i fusti esili, troppo lunghi perché si mantengano erette da sole. Non esistono a grandi altitudini.


«Il punto è una posizione nello spazio e la retta ne prosegue la direzione, all’infinito», conclude Paolo Friodaz.


A letto, abbracciandolo stretto, Luca sussurrava parole incomprensibili. «Dai, dormi», gli diceva sempre Paolo quando i bisbigli del fratello lo svegliavano. «Ora mi addormento, Pa’», gli rispondeva lui. «Mi sto raccontando una storia». Luca sapeva difendersi dalla paura.


Paolo Friodaz osserva Tobia in silenzio. Il bambino sente pesare il suo sguardo ancora di più. La macchia gialla nell’occhio di Tobia è sempre la stessa, un unico punto di una retta che è continuata da quando Paolo e Luca erano bambini.
Paolo Friodaz ripercorre la retta della sua vita all’inverso; sa che di tutte le direzioni che poteva prendere, ne ha seguita una. Rivede la nascita di Tobia, quel bambino così simile a Luca, che ora ha paura di lui, Paolo Friodaz lo sa, perché non capisce perché il padre non lo abbracci, non gli parli una lingua che gli sia comprensibile. Rivede il tempo in cui era Luca a guardarlo, la stessa macchia nell’occhio destro, il tempo in cui lui e Luca partivano per i sentieri nel bosco, con la bella stagione e con la neve, Paolo che gridava «chi arriva primo vince» e Luca che proseguiva lento, parlando da solo, raccontandosi le sue storie. Lo rivede togliersi i guantoni, poggiare il palmo sul tronco degli alberi, chiamarli per nome e rivolgersi a ciascuno in modo diverso, perché un pino, un larice, un abete: non possono avere tutti lo stesso carattere. Risente il suo abbraccio, la notte, la sua testa nell’incavo tra il collo e la spalla, le parole delle sue storie sempre più lontane, mentre si addormentava. Paolo Friodaz riavvolge la sua retta a ritroso e torna al giorno che ha piantato la stella alpina nel suo costato, e le ha messo le spine.


«Ti prego non lasciarmi solo, Paolo ti prego, non te ne andare», Luca lo stringe, gli bagna il collo piangendo, «Luca torno, te lo prometto», la gamba è ferma in una posizione innaturale, «vado a chiamare aiuto e torno», il ginocchio è un angolo storto, «chiamo aiuto e torno, te lo giuro». Non dovevano partire, Paolo lo sa, sta arrivando la tormenta, stacca le braccia del fratello dal collo e lo bacia, «Luca ti voglio bene, sono qui anche se non mi vedi, chiamo aiuto e torno». Il cielo bianco ruggisce, nuvole di neve rabbiose, Paolo corre e cade, rotola, si rialza, la neve si fa polvere, il cielo si abbassa, il bosco diventa fitto. Corre.


Paolo Friodaz pensa all’amore da cercare e provare in tutti i modi, ma che adesso, come allora, non è in grado di sentire per quel bambino che invece lo ama, come lo amava Luca.


Anche nelle discese più impervie, la geometria della neve continua piana. Dopo la tormenta, le rette tornano distese, dalla montagna al cielo. Da qualche parte, sotto la neve, un camoscio si decompone dopo l’attacco dei lupi. Da qualche altra, le ossa di un bambino. Nessuna retta che consoli lo sguardo.

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Immagine di copertina di Didi Gallese

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